La parola di Dio di oggi è attraversata da grandi tensioni: nel vangelo che abbiamo appena ascoltato, c’è tensione tra i contadini, affittuari della vigna e i servi, inviati dal proprietario, tensione che diventa conflitto tra chi vuole fare da padrone e i servi… al punto che alcuni di questi vengono bastonati, lapidati e uccisi.

Così come c’è tensione, scrive Paolo nella lettera ai Romani, anche tra la comunità cristiana e il popolo ebraico, tensione che di lì a qualche anno sfocerà nella scomunica dei cristiani che vengono appunto cacciati fuori dalla sinagoga.

Anche la prima lettura è attraversata da una grave tensione tra il profeta Elia e ben 850 falsi profeti al soldo di Gezabele che culmina con una strage impressionante dopo che il profeta Elia ordina l’eliminazione dei falsi profeti suoi antagonisti.

Niente di nuovo, anzi. Se dovessimo elencare le tensioni e i conflitti che ci sono nel mondo, tra i popoli, nelle religioni e tra le religioni, nelle famiglie e all’interno delle stesse famiglie, ma in definitiva anche in ciascuno di noi, nei nostri cuori e nei nostri pensieri… dovremmo dare inizio a un elenco che potrebbe richiedere giorni e giorni per essere scritto.

Nulla di nuovo sotto il sole, da che mondo è mondo le tensioni e i conflitti sono pane quotidiano per l’umanità. Vediamo anche noi come i rigurgiti xenofobi, fascisti e razzisti alimentino in continuazione una sofferenza sociale che sembrava appartenere al passato. Ma ormai siamo giunti a un punto che non ammette assuefazione e abitudine al fatto che ogni giorno ci sia qualcuno che spari, che tiri uova, che aggredisca l’altro solo perché è straniero.

Ricorre proprio oggi un triste anniversario che dobbiamo con onestà e coraggio ricordare: il 5 agosto del 1938 (80 anni fa) nel nostro Paese veniva pubblicato il primo numero de “La difesa della razza”, in cui veniva ripreso il Manifesto della razza sottoscritto da alcuni scienziati e accademici. Un testo aberrante che sta a dirci cosa possa partorire una comunità scientifica votata all’ideologia e alla politica dominante e quali condizionamenti e implicazioni anche etiche possono venire da una visione distorta e falsata della realtà. Questo per ricordarci che le leggi razziali sono state introdotte in un paese pronto ad accoglierle con indifferenza e condiscendenza, quando non con benevolenza…

Questo è un modo per risolvere le tensioni sociali, politiche, culturali che accompagna la storia di sempre. Ed è significativo che papa Francesco proprio in questi giorni abbia voluto introdurre nel testo del Catechismo della Chiesa cattolica, un’importante sviluppo del pensiero cristiano per stabilire che la pena di morte, sinora non esclusa in termini assoluti, «è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona» (CCC, 2267).

Non è così che si risolvono i conflitti, non è l’umiliazione, l’emarginazione, o addirittura la morte a trasformare le tensioni in pacificazione. Come di fatto è accaduto anche a Gesù: la sua condanna a morte è stata l’esito di un conflitto e di una tensione sociale e religiosa, come recitano i versetti finali del Vangelo: Udite queste parabole i capi dei sacerdoti e i farisei capirono che parlavano di loro e cercavano di catturarlo.

Ma è davvero questa la sola via d’uscita dalle tensioni? Perché ieri come oggi pensiamo che sia questo il modo migliore per risolvere i conflitti? Perché criminalizzando l’altro ci sentiamo autorizzati addirittura a eliminarlo, senza domandarci, senza interrogarci e senza cercare di comprendere? Non dimentichiamo la storia, non illudiamoci di essere immuni da questo veleno. Diffidiamo dalla retorica italiani brava gente. Il mito del “bravo italiano”, pacifico e portatore di civiltà, rivela tutta la sua inconsistenza se non dimentichiamo la storia… basti pensare alle guerre coloniali.

Dopo l’occupazione dell’Eritrea e della Somalia alla fine dell’Ottocento, nel 1911  l’Italia aggredisce la Libia e mostra il volto di un paese conquistatore e oppressore. Nella seconda guerra mondiale, l’Italia fascista si macchia di efferati crimini di guerra. Paesi come l’Albania e la Grecia conoscono la ferocia dell’occupazione italiana. Le vittime non sono soltanto le truppe nemiche, ma anche le popolazioni civili dei paesi occupati, sottoposte a violenze indicibili:  rastrellamenti, incendi di case e villaggi, torture sui corpi dei prigionieri politici e stupri contro le donne.

Oggi non so se siamo bravi o cattivi, ma di sicuro siamo molto confusi, e la nostra è una confusione etica pericolosa nel senso che l’ingiustizia – pensiamo ai respingimenti, alle omissioni di soccorso, alla non tutela dei minori… che sono oggettivamente ingiustizie – viene pubblicizzata come una relativa giustizia storica e sociale, come un’azione giusta e doverosa!

Che il male possa presentarsi sotto la forma del cambiamento, del socialmente giusto, della fedeltà (alla patria) è, per chi sa riconoscere le cose con schiettezza, una chiara riconferma della sua abissale malvagità.

Dietrich Bonhoeffer cercando di spiegare l’atteggiamento rinunciatario e il fallimento di tanti tedeschi di fronte agli evidenti crimini del regime nazista, ha ricostruito sei orientamenti determinanti il comportamento dei suoi contemporanei[1], sei tipi di persone che, al di là degli opportunisti, possiamo rivedere tra di noi oggi.

Di questi sei, almeno tre sono, secondo me, ancora attuali. Anzitutto c’è la persona ragionevole ma illusa che di fronte alla confusione etica del nostro tempo, non vede poi tutto questo abisso di malvagità e crede che basti usare un po’ di ragionevolezza, senza rendersi conto che il buon senso non basta e finisce per essere irrilevante, se non rassegnato, al parere dominante.

Altri credono di opporsi al potere del male con la forza della volontà, con l’impegno per i princìpi… Ma è un atteggiamento che non vede la profondità del male, e costoro – scrive Bonhoeffer – affrontano l’ingiustizia come il toro che nella corrida si lancia contro il drappo rosso anziché contro chi lo sorregge, finendo per fiaccarsi e soccombere. Si perdono prima o poi nelle piccole cose e cadono nella rete del più astuto avversario.

Infine c’è chi sceglie l’asilo della virtù privata. Non ruba, non uccide, compie il bene secondo le sue forze… rinunciando volontariamente alla dimensione pubblica sa rispettare con esattezza i confini, ma in questo modo è costretto a chiudere occhi e orecchie di fronte all’ingiustizia che lo circonda. Soltanto ingannando se stesso può mantenere pura la propria irreprensibilità privata e evitare che venga macchiata agendo responsabilmente nel mondo.

Potremmo cercare di trovare anche altre tipologie per descrivere gli atteggiamenti oggi più diffusi di fronte alla malvagità, ma osserviamo Gesù, e non già perché lui ci offra delle soluzioni facili. Il racconto della parabola di oggi non ha l’intento di edificarci, di farci la morale… la realtà è quella concreta e dolorosa della violenza e dell’omicidio che accade nella vigna, ed è lì che risuona la domanda: ma in quel momento della storia Dio dov’era? Risponde Gesù citando un testo del Primo testamento (salmo 118) che dice: la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo. Dio è la roccia, il fondamento, la stabilità… che invece viene dimenticata, scartata dai presunti costruttori del mondo.

Dove si trova oggi la pietra scartata che Dio sceglierebbe? Noi siamo in un mondo in cui gli esclusi sono a nostra disposizione, vengono a casa nostra. Cosa facciamo? Respingiamo? Controlliamo? Facciamo programmi di integrazione, vale a dire accogliamo per renderli come noi? Sarebbe bello.

Sarebbe fantastico se i nostri giovani potessero un domani raccontare che nel mondo nessuno più scappa dalla tortura, dalla persecuzione, dalla fame, dalla guerra! Ma non ci arriveremo perché lo scarto non è accidentale al nostro modo di vivere, è invece funzionale al nostro modo di costruire, per cui la pretesa di integrare gli altri nel nostro tenore di vignaioli privilegiati è assurda. Noi abbiamo sfruttato questa vigna e la stiamo sfruttando in modo tale che non tutti possono partecipare degli stessi vantaggi altrimenti la vigna si esaurisce.

La parabola è una profezia evangelica che ci fa tremare e ci deve far pensare: ci sarà tolta la vigna! Ci sarà tolto il regno! Perché fra qualche anno lo scarto di umanità che ci circonda diventerà immenso.

Dobbiamo allora cogliere questo tempo come un’occasione, un kairòs di Dio: stiamo attenti a chi lasciamo indietro, agli scartati. Senza questa attenzione, senza questo travaglio tutte le soluzioni politiche, economiche, giuridiche… sono sbagliate. Teniamo gli occhi sulle pietre scartate perché lì sono fissi gli occhi di Dio, è da lì che siamo misurati, è lì che si celebra, nel silenzio misterioso e terribile, il giudizio di Dio sul mondo.

(1Re 18,16-40; Rm 11, 1-15; Mt 21,33-46)

[1] D. Bonhoeffer, Etica