Non è l’atteggiamento di Nicodemo ad avere successo oggi, anzi, ai nostri giorni bisogna essere arroganti, piuttosto che umili e porsi domande; è meglio apparire sicuri di sé, più che non desiderosi di confrontarsi con gli altri… è più rassicurante accontentarsi del sentito dire, dell’imparaticcio, del così fan tutti, piuttosto che attraversare la notte verso l’inedito dell’alba.

Eppure sono queste che potremmo definire «Conversazioni notturne a Gerusalemme», sono queste chiacchierate che tolgono il sonno e che si prolungano senza che ce se ne accorga, a riempire di gusto e di senso la vita.

E ora noi che siamo qui, animati dallo spirito di Nicodemo, vogliamo cercare di comprendere cosa spinge quest’uomo, un fariseo, un capo dei giudei, che ha un nome greco «Nicodemo» (lett. “colui che vince il popolo”) che possiamo interpretare nel senso di «colui  che vince il modo di pensare popolare», per cui è appunto uno che non si accontenta dei luoghi comuni, è uno al quale non basta appartenere a un club esclusivo come quello dei farisei… a cercare in Gesù un interlocutore affidabile, un amico cui confidare i propri pensieri, proprio quelli di cui aveva paura a parlare con i suoi più vicini.

L’annotazione che Nicodemo va da Gesù di notte, non è semplicemente una forma di opportunismo ipocrita, come se Nicodemo non volesse farsi vedere dai suoi colleghi farisei a discutere con Gesù. La notte è la condizione che ben delinea la storia e la vita del mondo. Un mondo e un’umanità che camminano nella notte come a tentoni, che non sanno dove mettere i piedi, che non sanno dove andare…

In questo senso anche quella di Isaia è una conversazione notturna del profeta col suo popolo, con gente che nella deportazione a Babilonia viveva appunto l’oscurità di senso, il buio della speranza, della fiducia nel futuro e che ora riceve l’annuncio: In noi sarà infuso uno spirito dall’alto! (v.15). Questa espressione «dall’alto» la troviamo anche sulle labbra di Gesù quando dice a Nicodemo: «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».

A ragione Nicodemo per due volte pone la domanda: Come fa uno a rinascere di nuovo? (vv.4.9). L’avverbio “anothen” può significare sia “dall’alto” che “di nuovo”. Umanamente Nicodemo comprende l’avverbio come il dover rinascere di nuovo dal grembo della madre. Gesù invece dice che occorre rinascere “dall’alto” e questo dall’alto lo precisa così al v.5: se uno non rinasce da acqua e da spirito non può entrare nel regno di Dio.

Dall’alto e non semplicemente di nuovo, non di nuovo dalla madre, ma dall’alto che significa dall’acqua che è lo Spirito di Dio. Lo diceva già il profeta Ezechiele guardando al futuro come al luogo in cui il dono dello Spirito avrebbe suscitato come una nuova creazione. Io verserò su di voi un’acqua pura… metterò in voi uno Spirito nuovo… Metterò in voi il mio Spirito (Ez 36, 25-27).

Cioè da soli non cambiamo! Nemmeno tu Nicodemo con la tua osservanza scrupolosa della Legge non ti rinnovi, e lo percepisci, per questo cerchi Gesù, ti rendi conto che occorre qualcosa di nuovo che non produciamo noi, ma che venga dall’alto.

Gli sforzi di Nicodemo, gli sforzi di ciascuno di noi non sono sufficienti, occorre qualcosa di radicalmente nuovo che faccia rinascere!

E noi facciamo esperienze di rinascita, di rigenerazione quando irrompe nella nostra vita un incontro, una persona, un evento, un’esperienza inedita, qualcosa che non avevamo previsto. Qualcosa e qualcuno che avvertiamo come un dono, un che di gratuito… è il vento di Dio, il soffio dell’Eterno, il dono dello Spirito che appunto, non sappiamo da dove viene né dove va… (v.8) e che rigenera, riforma, rinnova.

Guardate, anche a livello sociale, fino a un certo punto possiamo impegnarci al miglioramento delle condizioni esterne, attraverso leggi, mutamenti sociali, provvidenze o previdenze, attraverso iniziative etiche… ma se non interviene lo Spirito di Dio, la forza di Dio che rende nuove tutte le cose, tutto rimane a livello di buona volontà, di propositi, di deplorazioni, di sforzi, di recriminazioni.

Lo diceva Paolo scrivendo ai cristiani di Roma: L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato (v.5). L’uomo rinnovato dallo Spirito di Dio è libero di amare, di sperare, di credere ed essere capace di affrontare la vita, le difficoltà, le sfide con quella fiducia, serenità, pace e prontezza a servire che solo rendono nuovo ciò che sembra segnato inevitabilmente all’immobilismo, all’obsoleto, al banale, triste e stagnante.

Potrebbe sembrare un discorso teorico, astratto. Allora può aiutarci il fare memoria di una figura che proprio ieri papa Francesco ha voluto proporre alla nostra attenzione: si tratta del martire il beato don Pino Puglisi, ucciso 25 anni fa dalla mafia nel quartiere di Brancaccio a Palermo, nel giorno del suo 56° compleanno. L’assassino rimase scosso dalle parole che don Pino gli rivolse: Me l’aspettavo, ma soprattutto dal sorriso che gli rese tante notti insonni e che lo condusse sicuramente al pentimento, ma anche a una sua rigenerazione.

Perché è così, se tu sei rigenerato, diventi contagioso. Diceva don Pino: Venti, sessanta, cento anni… la vita. A che serve se sbagliamo direzione? Ciò che importa è incontrare Cristo, vivere come lui, annunciare il suo Amore che salva. Portare speranza e non dimenticare che tutti, ciascuno al proprio posto, anche pagando di persona, siamo i costruttori di un mondo nuovo.

Perché è proprio così: ti rigeneri nel dono di te stesso. Non a caso ritroviamo Nicodemo al cap. 19 di Giovanni, quando Giuseppe d’Arimatea chiede a Pilato di poter seppellire il corpo del Signore, con lui, scrive il vangelo di Giovanni «Vi andò anche Nicodemo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe» (19, 39).

Quindi sappiamo che Nicodemo ha assistito alla morte di Gesù, ha visto «l’acqua» uscire dal cuore di Cristo e ha sentito Gesù consegnare lo Spirito, non semplicemente spirare e morire, ma trasformare la morte subita in dono (19,30). Allora Nicodemo comprese finalmente cosa significasse rinascere dall’alto, che è dall’alto della croce, dall’alto di un amore donato.

A quel punto comprese quel «come sia possibile rinascere» che tanto gli stava a cuore.

Una persona, una comunità, un popolo rinasce o, per usare l’immagine di Isaia, un deserto diventerà giardino, dall’«alto» di un amore appeso, di un amore crocifisso, con una fede che non si accontenta di essere professata e parlata, ma che diventa dono di sé, perché, come diceva sempre padre Puglisi: Dio ci ama, ma sempre tramite qualcuno.