La parola di Dio che ascoltiamo ogni domenica è per noi indispensabile, è una luce che ci guida nelle scelte e nei passi da compiere, oltretutto rileggendo la storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto nella fedeltà a Dio, ci è dato di comprendere meglio il nostro tempo e di riviverlo con più consapevolezza.

Oggi la prima lettura ha aperto uno squarcio tra le tante vicende della storia di Abramo parlandoci dell’alleanza. Un’alleanza unilaterale perché, come avete sentito, è l’Eterno che prende l’iniziativa e lui solo a parlare e a presentarsi per primo: Io sono Dio e poi dice l’onnipotente. Come travisare il senso dell’iniziativa di Dio: lui dice: io ti cerco, io voglio parlare con te e noi traduciamo l’onnipotente, traduzione terribile perché un Dio che si presenta così fa già paura: se è onnipotente nel senso antropologico, diventa anche ingombrante, da temere più che da amare.

Quando in realtà Dio si presenta ad Abramo con un termine che in ebraico suona El Shaddaj che si traduce «il Dio della montagna» o «il Dio della steppa»… perché Abramo ha fatto lì l’esperienza della parola di Dio che lo ha chiamato a percorrere sentieri tra montagne e deserti.

C’è un’interpretazione rabbinica curiosa (filologicamente inattendibile, ma istruttiva) che distinguendo le due parole she-daj  (lett. «che basta») ci fa intendere il nome con cui Abramo fa l’esperienza di Dio, El shaddaj , come un «Dio che basta»[1]. Per Abramo era sufficiente così, gli bastava sapere che Dio gli parlava.

Non solo, questo Dio non ti parla per farti paura, anzi cerca di stabilire, come dice ripetutamente nel testo, un’alleanza. Ora l’alleanza è contrario di ostilità, di antagonismo, di opposizione, vuol dire che l’Eterno cerca una relazione, un patto, un modo di stare insieme. E per stare insieme qualcuno deve fare il primo passo e questi è Dio.

L’alleanza è l’iniziativa di Dio stesso per dire ad Abramo: guarda che sono dalla tua parte. Sto con te. Non devi avere paura!

Alleanza che noi chiamiamo con una certa sufficienza “antica”, così intendiamo quando diciamo “Antico Testamento”, dove una traduzione infelice continua a tradurre dal latino, anziché dal greco o dall’ebraico, testamentum che non si intende il testamento di Abramo o di Mosè, il lascito dei grandi personaggi biblici… ma è l’iniziativa di Dio. La prima iniziativa, la prima alleanza non è mai stata annullata o ritirata, anche perché dice una verità che la Nuova alleanza, appunto, verrà a confermare: Dio ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio!

Dio dunque non è l’antagonista di Abramo è un amico cui affida il suo sogno che diventa una promessa: sarai padre di una moltitudine!

L’amicizia, l’alleanza con Abramo non è esclusiva, anzi è inclusiva. Non preferisce Abramo ad altri, ma attraverso Abramo – perché da qualcuno doveva pur cominciare – vuole arrivare alla moltitudine dei popoli. Ti renderò molto, molto fecondo! L’esperienza di uno diventa capace di fecondare l’esperienza di molti. La vocazione di Abramo non è fine a se stessa, nel senso che magari noi ci fermiamo a contemplare la grandezza e la bravura di Abramo, ma dobbiamo riconoscere che attraverso Abramo, per Abramo, si realizza il desiderio – se così possiamo dire – di Dio di stabilire amicizia con tutti gli esseri umani, con ogni generazione.

Ci sono due segni che staranno a ricordare ad Abramo e alla sua discendenza questa alleanza che è per tutti i popoli: il cambiamento del nome e la circoncisione.

Anzitutto dice Dio: Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abramo… Non sarà più av-Aram, “padre dell’Aram” cioè del suo  paese natale, ma aggiungendo in ebraico solo una «h», si crea un’assonanza “ʾav hamôn” che cambia il significato diventando così: padre di una moltitudine. Il cambiamento, l’ampliamento del nome di Abramo sta a confermare che la sua missione non è di essere soltanto il padre di un clan… ma il genitore di una moltitudine di popoli!

Così anche la moglie Sarài cambia il nome, anche lei riceve una «h» in più e non sarà più solo «mia principessa», ma sarà «principessa per tutti».

Anche la circoncisione che era anche un segno tradizionale di iniziazione al matrimonio, diventa ora il segno scritto nella carne del patto con Dio, anzi di un patto che Dio ha stipulato con te, un patto che ti impegna a continuare di generazione in generazione quella promessa: l’amicizia e l’alleanza con tutti i popoli, non l’inimicizia e l’odio.

Ma sappiamo che i segni nel tempo perdono la pregnanza del significato iniziale e così anche la circoncisione da segno di una vocazione universale è diventato un segno esclusivo e identitario. Oggi ancora se il maschio ebreo non è circonciso non appartiene a Israele! Questo accade anche ai sacramenti: ad esempio il battesimo e la cresima certamente sono doni di Dio per noi, ma non fine a se stessi, ma affinché abbiamo a trasmettere questa alleanza, a tenere vivo il patto di Dio siglato con la vita di Gesù.

Quando Gesù nel vangelo di Giovanni dice alla folla: Camminate nella luce perché se camminate al buio non sapete a cosa andate incontro… Sembra ricordare le parole rivolte ad Abramo sin dalle prime righe: Cammina davanti a me e sii integro!

A me sembra che questo invito sia di grande attualità per noi, per il tempo che viviamo. Vorremmo camminare nella luce, ma i passi di molti vanno verso le tenebre. Chiamiamole come vogliamo (parole ostili, hate speech, violenza verbale) ma un dato di fatto è certo: siamo di fronte ad un’esplosione di odio verbale che sembra non avere precedenti. Comunemente attribuiamo la colpa di tutto questo ai social network e in parte è vero. Perché dietro la tastiera e lo schermo possiamo rimanere nell’anonimato che insulta, che offende, lì dove è facile occultare le pigrizie della mente, la grettezza di cuore, la paura di cambiare…

E i contenuti di odio, anche quelli pubblicati nei commenti, fanno scivolare verso le tenebre, sia perché bloccano l’approfondimento della discussione e tendono a elevare il livello di volgarità e di scontro; ma anche perché allontanano quelle persone che potrebbero dare un contributo e invece si chiamano fuori.

Raccogliamo l’invito di Gesù e camminiamo con la chiara e luminosa visione delle cose, ovvero che tutti siamo parte di un unico grande popolo che è l’umanità di cui Dio vuole essere alleato e amico. Anziché il linguaggio dell’odio, della divisione, della guerra… parliamo il linguaggio dell’alleanza. Solo da alleati riusciamo a vivere bene e insieme, a rammendare un tessuto sociale che va lacerandosi mentre scivola verso le tenebre dell’odio, del rancore.

Diceva bene ieri l’arcivescovo Delpini alla maxi tavolata di diecimila persone di ogni paese del mondo allestita al parco Sempione, quasi tre chilometri per dire no alla xenofobia e al razzismo: Benedetta sei tu Milano perché dai voce a chi non ha voce. Benedetta sei tu Milano perché sei capace di operare con efficienza e solidarietà; Benedetta sei tu Milano perché nelle tue chiese si prega per tutti.

È questa l’attualità del messaggio di Abramo per noi: occorre che ciascuno di noi si metta nella condizione di costruire alleanze e non divisioni, patti di reciprocità e non rancore, occorre che dismettiamo il linguaggio e la cultura della divisione, della contrapposizione e dell’odio, tenendo molto bene a mente cosa è successo in passato e facendo molta attenzione non solo a quello che può accadere oggi ma anche a quello che potrebbe succedere in futuro.

Diceva in una recente intervista il card. Bassetti, presidente della CEI: A volte si ha la sensazione che i migranti siano un tema di “distrazione di massa” rispetto ad altri problemi dell’Italia, dell’Europa e del mondo occidentale. Siamo così passati da un’indifferenza generale a un’ostilità diffusa, fino alla xenofobia.

Nella nostra storia abbiamo fatto esperienza della tenebrosità dell’odio, del razzismo, della discriminazione… proprio quest’anno ricorre il triste anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia. Perché dobbiamo avere dei nemici per poter essere noi stessi? Perché l’odio? Perché essere forti con i deboli? Perché tante parole violente?

Proprio qui sta la contraddizione della nostra condizione umana: amiamo la luce, ma camminiamo nelle tenebre. Giovanni lo diceva fin dall’inizio del suo Vangelo: Gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

È questa un’esperienza che facciamo anche nel nostro intimo: anche in noi talvolta il male sembra dominarci, sembra prevalere il nostro cuore invidioso, avido e ostile e così finiamo per annegare la giustizia, la pacificazione, la fratellanza. Perché?

Perché la luce splende “nelle” tenebre.

Non lo so e non sarà indagando le leggi della fisica che arriveremo a comprendere il mistero non di una luce che si oppone alle tenebre, ma che splende “nelle” tenebre. D’altronde a chi mai si rivelerebbe se non vi fosse un buio da illuminare, una notte da rischiarare?

Aggrappiamoci allora alla luce del Vangelo: è il patto che Dio ha iniziato con Abramo e che in Gesù viene scritto nelle nostre tenebre, nelle nostre oscurità. Ma di questa luce oggi c’è più che mai bisogno.

[1] Rashi scrive: «Io sono El Shaddaj. Io sono Colui la cui potenza divina è sufficiente ad ogni creatura».

(Gen 17,1-16; Gv 12,35-50)