Potremmo fare uno sforzo di immaginazione, provando a pensare di trovarci a Gerusalemme durante la grande festa delle tende (o delle capanne): una festa di luci e di danze per ricordare, come ci ha narrato l’esodo, il cammino di Israele nel deserto. La festa viene chiamata “delle tende” o “delle capanne” proprio perché era (e lo è ancora) memoria viva del cammino nel deserto, durante il quale la gente viveva sotto le tende e quindi in una condizione di precarietà e di mancanza di prospettive, nella quale la parola di Dio ha fatto da riferimento, da guida, da sostegno!

Al tempo di Gesù nel pomeriggio della festa i sacerdoti scendevano in processione una larga scala dal tempio alla piscina di Siloe – la stessa scala che il Signore chiede al cieco di fare per arrivare alla sorgente Ghihon – dove l’acqua arrivava attraverso il canale che Ezechia aveva costruito 700 anni prima di Cristo (cfr. 2Re 20,20). Uno dei sacerdoti riempiva d’acqua un’anfora d’oro e in processione risaliva al Tempio dove tra canti e il suono dello Shofar cospargeva l’altare del sacrificio.

Il nome Siloe, come  specifica Giovanni per i suoi lettori che parlano greco, significa inviato. Un’immagine bellissima per dire che come l’acqua è inviata lì dalla sorgente, così si sperava che Dio non avrebbe mancato di inviare il suo Messia dal quale sarebbe scaturita l’acqua della salvezza, ovvero lo Spirito di Dio. Ebbene, in questo clima solenne, alla sera della festa era tutto un’esplosione di luce: torce, bracieri, candelabri posti sulle mura del tempio illuminavano fantasticamente la città santa…

Sullo sfondo di questa festa e con evidente allusione alle grandi luminarie accese nella prima notte, Gesù, racconta Giovanni, appena uscito dal tempio «Vide un uomo cieco dalla nascita».

Ci vuole tutta la sensibilità del Signore per vedere un povero cieco – si tratta sempre di vista!- in mezzo alle migliaia di persone che per l’occasione affollavano Gerusalemme… Che importanza ha? Non è uno che meriti tutta quest’attenzione. Infatti secondo i rabbini era uno dei quattro tipi di persone considerate alla stregua dei morti: il povero, il cieco, il lebbroso, lo sterile (Nedarim 64 A).

Il racconto è costruito su una dinamica tale per cui mentre l’uomo nato cieco trova la luce nel suo incontro con Cristo e impara a vedere le cose, dall’altra parte coloro che credono di vedere bene, in realtà piombano in una progressiva cecità… e tra costoro ci sono anche i discepoli, i quali sono certi di vedere bene, di capire come funziona il mondo e infatti pongono la domanda di sempre: Ma se lui è cieco, di chi è la colpa? Potrebbe avere commesso chissà quali peccati… ma siccome è nato cieco vuol dire allora che è così per colpa dei peccati dei suoi genitori!

Ecco di fronte al mistero oscuro della sofferenza c’è chi pretende di sapere, di vedere, di dare spiegazioni! E la via più scontata è quella di attribuire a tutto una colpa. Per cui coloro che stanno bene, il ricco, il sano sarebbero di per sé buoni e benedetti da Dio! Mentre coloro che stanno male, il povero, il cieco, il lebbroso, lo sterile sarebbero maledetti perché appunto peccatori!

L’ironia di Giovanni pervade tutto il racconto nel quale emerge questa enorme contraddizione tra la festa di luci e l’atteggiamento oscurantista dei cosiddetti illuminati.

La festa viene celebrata appunto per ricordare che nella notte del deserto la parola di Dio era stata guida e riferimento, e ora invece in un tripudio di luminarie si è sprofondati nel buio. Questo accade perché le autorità, i capi, chi ha in quel momento la pretesa di stabilire la causa del male, non dice che il male non è l’essere affamati, il soffrire, l’essere poveri, ma il male, come dice la parola di Dio, consiste nel rubare, nell’uccidere, il male è far soffrire e fare ingiustizia!

Che è esattamente quello che fanno coloro che pensano di vedere, umiliando il cieco nato e infatti lo scomunicano, lo cacciano fuori dalla comunità. Questo è male: far soffrire! E questi sarebbero gli illuminati.

C’è un male che non è il castigo di Dio, ma è la condizione della creatura (come richiama il gesto di Gesù nel guarire il cieco), è la condizione propria di chi non è un assoluto, anche se vorrebbe esserlo. Questi limiti della natura sono indicatori della nostra creaturalità.  Ma il  vero male del cieco è di essere abbandonato a se stesso, escluso, considerato maledetto da Dio… e questa è responsabilità di noi umani! Curando il cieco Gesù dice che in lui si manifesta l’opera di Dio, nel senso che Dio si fa vicino a chi sta male, perché questo andrebbe fatto da tutti.

Mi viene in mente un famoso quadro di Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569) La parabola dei ciechi, uno degli ultimi da lui dipinti un anno prima della morte. Il quadro raffigura sei uomini che camminano in fila indiana, ognuno appoggiandosi a quello che lo precede.

Il primo uomo è già caduto in un fosso, perché Bruegel voleva appunto illustrare la parola di Gesù: Se un cieco guida un altro cieco, ambedue cadranno nel fosso (Mt 15,14). Tant’è che il secondo, mentre sta per fare la stessa fine, rivolge allo spettatore un indimenticabile sguardo fatto di orbite vuote, senza bulbi oculari.

Regge con un bastone con cui guida il terzo di quella fila, con lo sguardo perso nel nulla, che restandogli aggrappato, inevitabilmente, lo seguirà nella caduta. Anche gli altri tre, pur evidentemente ciechi, seguiranno lo stesso destino. È solo questione di pochi passi.

Siamo dinanzi a una metafora non solo della condizione umana dei tempi di Bruegel, ma di sempre dove la cecità continua ad essere spirituale, culturale, sociale, politica… e riguarda ogni epoca.

Lo sguardo del secondo cieco, quello con le orbite vacue, è un monito per noi: è certo che quando uno o più ciechi guidano un paese, tutto il paese si perde con loro e precipita nel baratro.

Ciechi che guidano altri ciechi divenuti arroganti, con la certezza di essere in grado di indicare la strada, quando in realtà vogliono solo un gregge asservito da illusioni, frottole, panzane che media compiacenti e servi prezzolati diffondo a piene mani.

Se venisse qui in mezzo a noi, cosa ci direbbe quel cieco che ha trovato in Gesù l’apertura dello sguardo?

Anzitutto non è solo inutile, ma è dannoso voler stabilire di chi sia la colpa! Non preghiamo Dio e non facciamo pratiche religiose perché così lui ci benedice. Non è che se uno prega, Dio gli fa uno sconto di pena… perché questo è quello che crediamo, ancora anche noi oggi. Il rapporto con l’Eterno non si fonda sui nostri meriti o sulle nostre infedeltà, ma sulla sua tenerezza, sulla sua misericordia che sempre si fa vicino, sempre ci viene incontro.

In secondo luogo ci direbbe che quand’anche riuscissimo a trovare la causa del male, se un giorno con la nostra filosofia, la nostra indagine, la nostra ricerca arrivassimo mai a dire donde viene… questo non ci autorizza a discriminare, a emarginare, a classificare, perché questa è la condizione di tutti gli esseri umani, siamo appunto creature e non degli assoluti.

E se per un verso dobbiamo combattere e contrastare il male, la cecità, i tumori… dobbiamo sempre saper vedere, accogliere, prenderci cura anzitutto dell’essere umano, della persona.

Ma c’è ancora una cosa che il cieco direbbe a tutti noi: nulla ci impone, prima che sia troppo tardi, di seguire i ciechi che stanno davanti a noi nella fila. Non siamo costretti ad afferrarci al bastone che ci viene offerto dai media e dalla politica, possiamo lasciarlo per discernere con la luce del Vangelo.

Se il bastone del cieco è uno strumento necessario e quanto mai utile alla sua autonomia, nella metafora che traiamo dal quadro di Bruegel il bastone è disegnato in orizzontale per legare le guide cieche ad altri ciechi, ha il nome dell’asservimento delle coscienze.

Se c’è un criterio, un riferimento che ci permette di non lasciarci trascinare verso il baratro, non sono quei presunti illuminati farisei che di fronte all’evidenza di un uomo, che prima era cieco e che ora ci vede, sono talmente autocentrati da essere disposti a dire che non era proprio così vero che quel tizio fosse cieco, ma è proprio lui, Gesù, il suo Vangelo, vera luce ai nostri passi, alle nostre coscienze, alle nostre scelte.

È il Vangelo la parola che dobbiamo sempre più imparare a fare nostra, fino al punto che ci diventi famigliare… perché il rischio che ci riguarda è quello della recidiva, di diventare… ciechi di ritorno!

(Gv 9, 1-38b)