Author: Giuseppe Bettoni (Page 2 of 89)

Geremia 25, 1-29 (4 aprile 2018)

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Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (13)

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Maria di Magdala: un altro mondo è possibile

Il mistero della risurrezione è talmente grande che non possiamo affrontarlo di petto, direttamente, perché sovrasta la nostra intelligenza e la nostra capacità di comprendere. Abbiamo delle intuizioni, raccogliamo degli anticipi in alcuni momenti e in alcune esperienze di vita, ma appunto sono degli squarci, delle aperture in avanti che ci fanno intuire un poco il mistero della risurrezione, ma niente di più.

Così è stato fin dall’inizio, se questo ci può consolare, anche al tempo di Gesù pur essendoci gente religiosa forse anche più di noi, erano veramente pochi coloro che affermavano di credere in una vita dopo la morte. I sacerdoti del tempio ad esempio non ci credevano, i sadducei, ovvero l’aristocrazia sacerdotale, in particolare prendevano in giro coloro che anche solo pensavano ci fosse una risurrezione dei morti… (Mc 12,18-27), insomma non era un fatto scontato nel quadro dei significati e dei valori della vita religiosa del tempo.

I vangeli ne fanno invece un tema fondante, diventa la notizia, la buona notizia: il Crocifisso è risorto! Pietro, Paolo… gli apostoli prima ancora di raccontare le parabole e i miracoli annunciano che Gesù di Nazaret, colui che è stato innalzato sulla croce, ora è vivo.

Ma prima ancora di loro c’è una testimone privilegiata dell’incontro con Gesù, Maria di Magdala. È lei che porta per prima la notizia agli stessi apostoli, al punto che papa Francesco l’ha chiamata, sulla scia della tradizione di Ireneo di Lione, di Ippolito di Roma, di Tommaso d’Aquino “apostola degli apostoli”, perché a partire da lei la buona notizia della vita nuova giungesse ai confini della terra.

È allora con lei che anche noi ci avviciniamo al mistero della risurrezione di Gesù, ci lasciamo guidare dal suo amore e dalla sua fedeltà.

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Buona Pasqua 2018

Dell’eccesso e dell’esagerazione

Il preludio nell’ambito musicale è una sorta di introduzione strumentale all’intera opera nell’intento di anticipare alcuni dei motivi che poi nel corso dell’esecuzione verranno più ampiamente ripresi e sviluppati.

Analogamente questa domenica che per un verso è il vertice e il punto d’arrivo del cammino quaresimale, è anche e soprattutto il preludio della passione, morte e risurrezione di Gesù. Qui incontriamo quei temi, quelle vicende che nel triduo pasquale vedranno come interprete principale Gesù stesso, come ci ricorda il quarto canto di Isaia che in un dialogo tra il popolo e Dio sull’ingiustizia, sulla violenza, sul dolore e sulla sofferenza che in alcuni momenti ci sembrano essere un prezzo troppo alto da pagare alla vita.

Anche il vangelo di oggi lascia presagire qualcosa di questi temi, ma secondo un registro che in parte ci sorprende, perché è il registro dell’eccesso e dell’esagerazione.

Al cuore della pagina evangelica incontriamo il gesto di Maria di Betania che è di una bellezza e di un incanto unici: Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.

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Ci vorrebbe un amico

C’è una domanda che sta al centro della pagina di oggi e che segna una svolta nella narrazione di Giovanni, e che sta a segnare un passaggio decisivo anche per noi, e la domanda è quella posta da alcuni dei presenti che vedendo Gesù piangere si chiedono: Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che costui non morisse?

È la domanda del miracolo, è la domanda che dice che l’ultimo vero ostacolo per tutti è il dover morire… mentre noi non vorremmo morire, mai. È la domanda religiosa per eccellenza che rimane lì, sospesa.

Gesù non risponde nei termini attesi, perché doveva arrivare in tempo e doveva guarire il suo amico… questo doveva fare, così doveva comportarsi. Questo ci si aspetta da un amico: che arrivi al momento giusto, che ci sia  quando hai bisogno, che dica le parole che vuoi sentirti dire. «Ci vorrebbe un amico/ Qui per sempre al mio fianco,/ Ci vorrebbe un amico/Nel dolore e nel rimpianto…» così canta Venditti.

Gesù però ritarda e il suo non è uno sgarbo o un contrattempo, non ha scuse per giustificarsi, non è nemmeno una leggerezza… Anzi i Dodici che gli sono vicini sono ben contenti che il Signore eviti di andare a Betania: è troppo vicina a Gerusalemme e la tensione con le autorità, con i capi… è talmente alta che c’è da temere il peggio. Tommaso infatti quando Gesù decide di andarci comunque esclama: Andiamo anche noi a morire con lui.

Se sei malato da un amico ti aspetti la tempestività di una visita, la presenza pronta, la disponibilità a fare delle cose per te… Gesù invece ritarda.

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Il bastone del cieco

Potremmo fare uno sforzo di immaginazione, provando a pensare di trovarci a Gerusalemme durante la grande festa delle tende (o delle capanne): una festa di luci e di danze per ricordare, come ci ha narrato l’esodo, il cammino di Israele nel deserto. La festa viene chiamata “delle tende” o “delle capanne” proprio perché era (e lo è ancora) memoria viva del cammino nel deserto, durante il quale la gente viveva sotto le tende e quindi in una condizione di precarietà e di mancanza di prospettive, nella quale la parola di Dio ha fatto da riferimento, da guida, da sostegno!

Al tempo di Gesù nel pomeriggio della festa i sacerdoti scendevano in processione una larga scala dal tempio alla piscina di Siloe – la stessa scala che il Signore chiede al cieco di fare per arrivare alla sorgente Ghihon – dove l’acqua arrivava attraverso il canale che Ezechia aveva costruito 700 anni prima di Cristo (cfr. 2Re 20,20). Uno dei sacerdoti riempiva d’acqua un’anfora d’oro e in processione risaliva al Tempio dove tra canti e il suono dello Shofar cospargeva l’altare del sacrificio.

Il nome Siloe, come  specifica Giovanni per i suoi lettori che parlano greco, significa inviato. Un’immagine bellissima per dire che come l’acqua è inviata lì dalla sorgente, così si sperava che Dio non avrebbe mancato di inviare il suo Messia dal quale sarebbe scaturita l’acqua della salvezza, ovvero lo Spirito di Dio. Ebbene, in questo clima solenne, alla sera della festa era tutto un’esplosione di luce: torce, bracieri, candelabri posti sulle mura del tempio illuminavano fantasticamente la città santa…

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Geremia 23, 1-8 (7 marzo 2018)

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Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (12)

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… la domenica di Sarah

Inutile dire che il capitolo 8° del vangelo di Giovanni è un po’ complicato: siamo indubbiamente di fronte a un testo impegnativo e faticoso.

Il contesto è quello chiaro ed evidente di uno scontro, ma uno scontro tra Gesù e quei Giudei che gli avevano creduto. Non si tratta di una discussione con chi sta dall’altra parte, con chi gli si oppone, ma con gente che crede. La discussione è talmente accesa che sono proprio loro che alla fine esausti mettono mano alle pietre per lapidarlo!

Verrebbe da pensare a tutta quella cricca di persone che oggi contrastano papa Francesco, addirittura lo accusano di eresia, gli imputano di voler distruggere la chiesa. Ricorderete che c’è stato chi gli si è opposto apertamente, firmando un documento in cui gli contestavano le parole redatte nell’Amoris Laetitia che avrebbero potuto “facilitare eresie”… l’opposizione continua e da quel che si legge e sente in giro alcuni lo vorrebbero morto e penserebbero già al successore.

Niente di nuovo, siamo alle solite. Quando la religione diventa idolatria, vale a dire quando diventa fine a se stessa e non via, strada, sentiero per amare Dio e il prossimo, allora si appella alle tradizioni, al “si è sempre fatto così”, proprio come quei credenti che nel vangelo di Giovanni rinfacciano a Gesù la loro appartenenza ad Abramo: noi siamo discendenti di Abramo, siamo figli di Abramo, Abramo nostro padre…  siamo di fronte a un’ossessione identitaria!

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«E quindi uscimmo a riveder le stelle»

 

Dobbiamo partire dall’umanissima domanda di Gesù alla donna di Samaria: Dammi da bere! In questa domanda c’è il grido di tutta l’umanità, un grido che va oltre il bisogno immediato, va oltre la sete d’acqua dovuta all’arsura d’estate o quella che proviamo dopo una fatica. Perché nella sete d’acqua è impressa una domanda più profonda e Cristo accompagna la donna e noi a passare dal bisogno al desiderio, dall’istinto al desiderio.

Il bisogno è sempre per me: ho bisogno di acqua, di cibo, di cose… Anche l’istinto è sempre per me e arrivo addirittura a servirmi dell’altro, sempre per me. E così, più mi avvito su me stesso, più aumenta il bisogno… in un circolo senza fine.

Gesù accompagna questa donna a comprendere che c’è una sete, di cui la sete di acqua è simbolo e metafora, c’è un’altra sete in cui non è più semplicemente questione di un bisogno o di un istinto, ma si tratta di qualcosa di più profondo che attraversa la vita umana.

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Geremia 20, 1-18 (21 febbraio 2018)

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Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (11)

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