Author: Giuseppe Bettoni (Page 2 of 92)

Quella sottile sovversione

Succede anche a noi talvolta di avere l’impulso a dare una svolta alla situazione con un atto di forza, con una reazione che gli altri non si aspettano. Soprattutto di questi tempi verrebbe voglia, alla stregua del gesto di Gesù, di dare qualche segnale forte, di agire, di ribaltare le cose, di prendersela con qualcuno.

Che succede al nostro mondo, mentre scopriamo che su Marte c’è dell’acqua? Succede che perdiamo di vista la nostra acqua, la nostra consistenza, la nostra umanità. Possiamo mettere tutti i crocifissi del mondo e ad ogni angolo dei muri… ma Gesù non esiterebbe un istante a ripetere il gesto compiuto quel giorno nel tempio di Gerusalemme e a ribaltare i tavoli ipocriti e i falsi microfoni che imperversano.

Attaccatevi al tempio, attaccatevi agli amuleti, attaccatevi ai simboli religiosi… ma non saranno queste cose a salvarci, a cambiare lo stato delle cose, a ridarci umanità, spiritualità, a restituirci fiducia e speranza di futuro.

Persiste nell’animo umano questo indomabile istinto a darsi dei feticci -perdonate la parola- ma a questo viene ridotto il tempio, il santuario, il crocifisso: oggetti volti a rassicurare le nostre paure, le nostre insicurezze, ma guardate un po’… sempre contro qualcuno.

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Vergogna e confusione

C’è poco da danzare oggi. Non siamo proprio nelle condizioni di Davide, come ci ricorda la prima lettura, che invece aveva tutti i motivi per esplodere di gioia: i successi ottenuti nelle varie battaglie e soprattutto sui filistei, come anche sullo stesso Saul, gli avevano permesso finalmente di realizzare una certa unità delle dodici tribù di Israele, di fare di Gerusalemme la capitale politica, militare e religiosa, mancava solo di trasferirci l’arca dell’alleanza che dai tempi di Mosè aveva accompagnato il cammino nel deserto come memoriale dell’esodo e che era preziosissima: lì si custodivano le tavole, la manna… Fatto anche questo il re Davide poteva essere soddisfatto e contento, così ci spieghiamo questa sua danza liberatoria, cinto solo di un efod di lino, davanti a tutta la sua gente.

Questa lettura mi ha fatto ricordare che qualche anno fa ero appena arrivato nella missione di Bertoua, una cittadina nella zona est del Camerun, quando mi chiesero di andare in un villaggio a pochi chilometri perché era morto un capofamiglia e non c’era nessuno dei missionari che potesse fare il funerale. Dopo qualche timida resistenza ho pensato al dolore della famiglia e mi sono fatto forza. Accompagnato da una suora che conosceva la strada raggiungemmo il piccolo villaggio di un centinaio di persone.

Ricordo questo episodio perché non vi nascondo che feci fatica a tenere insieme la rigidità della nostra liturgia e la vitalità di quelle danze durante un funerale nella sperduta savana africana. Suonavano, cantavano e ballavano intorno alla bara di quella che, visto il tributo d’onore della sua gente, doveva essere stata una brava persona, buona.

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Se avveleni le tue radici, l’albero muore

Proviamo anche solo per un istante a immaginare Giovanni ormai anziano ricordare senza censure quella sua richiesta fatta a Gesù, insieme al fratello Giacomo: Vogliamo stare nella tua gloria uno a destra e uno a sinistra! Sono quei ricordi che vorremmo rimuovere dal nostro bagaglio, ci piacerebbe cancellarli facilmente dalla memoria perché quando riaffiorano ci fanno sprofondare nella vergogna: ma come abbiamo potuto chiedere una cosa del genere? Cosa avevamo in testa?

Eppure la loro esperienza dietro a Gesù doveva passare di lì, perché è una questione antropologica che ci riguarda: noi siamo così, vogliamo avere il controllo, vogliamo dominare, vogliamo essere superiori agli altri.

Ora non so cosa avessero capito di Gesù i nostri due, anche perché già al capitolo 9 quando a Cafarnao era rientrato in casa di Pietro e aveva domandato ai suoi: ma di che cosa stavate discutendo lungo la strada? Non ebbero il coraggio di dirgli che stavano discutendo su chi tra loro fosse il più grande, il più importante!

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Cambiare paradigma

Il Vangelo non è per anime devote e molli. Seguire Gesù non è adatto per pusillanimi che temono la lotta e la battaglia. Anzi, la parola di Dio oggi è tutta intrisa di un linguaggio forte, in tutte le tre letture si dice che c’è chi vince e chi perde, si narra di battaglie e di tribolazioni… addirittura nella prima lettura abbiamo sentito di una strage, di un Giosuè, successore di Mosè, assetato di vendetta! Eppure dopo la lettura abbiamo risposto tranquillamente: “Rendiamo grazie a Dio”.

Ma come facciamo a dire così per uno che arriva perfino a voler fermare il sole al fine di fare strage di nemici? Vorrebbe fermare il sole quando ha già vinto e gli avversari sono in fuga… per sterminarli tutti!

Certo deve essere stata dura per lui succedere a Mosè. Giosuè ha avuto un’eredità pesante: prendere in mano il governo di un popolo che ancora faceva fatica a pensarsi tale perché alcune delle dodici tribù volevano la terra in quel posto là, altre si erano già installate di qua dal Giordano… altre ancora non avevano capito che la terra non gliela regalava nessuno, ma dovevano conquistarsela. Insomma tenere testa a tutti non doveva essere facile. Non facciamo fatica ad immaginare i discorsi della gente sotto le tende, lontani da orecchie indiscrete: «Se ci fosse stato qui Mosè avrebbe fatto così, avrebbe detto cosà… e questo Giosuè chi si crede di essere?». La condizione di Giosuè non era per niente facile, doveva dimostrare di essere all’altezza della responsabilità, doveva conquistarsi la fiducia della gente.

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Vedere, discernere, agire

Mosè poteva pensare di costruire una qualche struttura religiosa, non vi pare? Ne aveva tutti i motivi: in un posto dove c’è un roveto che arde senza consumarsi e su un terreno dove viene rivelato il nome di Dio… come non pensare di realizzare un santuario, di costruire un centro per i pellegrini, fare un shop center con gadget e ricordini?

Non voglio sembrarvi irriverente, solo che voglio provocarvi ad abbandonare quell’atteggiamento devoto e religioso che sposta la comprensione delle cose dal piano della realtà a quello della magia, della superstizione! Mosè non è un fenomeno e quello che racconta non è per niente “fantastico” nel senso letterale delle cose. Siamo ricondotti sul piano della realtà della vita e siamo invitati dall’esperienza di Mosè ad abitare le nostre contraddizioni senza costruirci santuari e statue per evadere in un mondo falsamente consolatorio, tranquillo, pacifico, che è in definitiva alienato.

No, abitiamo una storia che di pacifico non ha nulla, proprio nulla. E guai a noi se la fede, la spiritualità, la preghiera fossero l’occasione e lo strumento che ci rende alieni dalle nostre responsabilità. Anzi, Mosè  insegna che la fede in Dio aiuta a vedere la realtà, a comprendere quello che accade e ad agire, prendendo iniziativa. Sono tre cose che lui stesso ha imparato da Dio: vedere, giudicare, agire.

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Come Abramo

La parola di Dio che ascoltiamo ogni domenica è per noi indispensabile, è una luce che ci guida nelle scelte e nei passi da compiere, oltretutto rileggendo la storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto nella fedeltà a Dio, ci è dato di comprendere meglio il nostro tempo e di riviverlo con più consapevolezza.

Oggi la prima lettura ha aperto uno squarcio tra le tante vicende della storia di Abramo parlandoci dell’alleanza. Un’alleanza unilaterale perché, come avete sentito, è l’Eterno che prende l’iniziativa e lui solo a parlare e a presentarsi per primo: Io sono Dio e poi dice l’onnipotente. Come travisare il senso dell’iniziativa di Dio: lui dice: io ti cerco, io voglio parlare con te e noi traduciamo l’onnipotente, traduzione terribile perché un Dio che si presenta così fa già paura: se è onnipotente nel senso antropologico, diventa anche ingombrante, da temere più che da amare.

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ECUMENISMO (Pellegrinaggio ecumenico del Santo Padre Francesco)

Dopo gli incontri con i rappresentanti di alcune chiese cristiane di Milano, un evento si è posto come preziosa conclusione di questo percorso, ovvero il pellegrinaggio ecumenico del Santo Padre Francesco a Ginevra, in occasione del 70° anniversario della fondazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), svoltosi il 21 giugno 2018.

Vogliamo allora riproporre alcune delle parole che il Santo Padre ha pronunciato nell’incontro ecumenico, in modo che possano esserci da guida per le nostre future iniziative comuni.

«Cari fratelli e sorelle, ho desiderato partecipare di persona alle celebrazioni di questo anniversario del Consiglio anche per ribadire l’impegno della Chiesa Cattolica nella causa ecumenica e per incoraggiare la cooperazione con le Chiese-membri e con i partner ecumenici. A questo riguardo vorrei soffermarmi anch’io un poco sul motto scelto per questa giornata: Camminare – Pregare – Lavorare insieme.

CAMMINARE: sì, ma verso dove? Sulla base di quanto detto, suggerirei un duplice movimento: in entrata e in uscita. In entrata, per dirigerci costantemente al centro, per riconoscerci tralci innestati nell’unica vite che è Gesù (cfr Gv 15,1-8). Non porteremo frutto senza aiutarci a vicenda a rimanere uniti a Lui. In uscita, verso le molteplici periferie esistenziali di oggi, per portare insieme la grazia risanante del Vangelo all’umanità sofferente. Potremmo chiederci se stiamo camminando davvero o soltanto a parole, se presentiamo i fratelli al Signore e li abbiamo veramente a cuore oppure sono lontani dai nostri reali interessi. Potremmo chiederci anche se il nostro cammino è un ritornare sui nostri passi o un convinto andare al mondo per portarvi il Signore.

PREGARE: anche nella preghiera, come nel cammino, non possiamo avanzare da soli, perché la grazia di Dio, più che ritagliarsi a misura di individuo, si diffonde armoniosamente tra i credenti che si amano. Quando diciamo “Padre nostro” risuona dentro di noi la nostra figliolanza, ma anche il nostro essere fratelli. La preghiera è l’ossigeno dell’ecumenismo. Senza preghiera la comunione diventa asfittica e non avanza, perché impediamo al vento dello Spirito di spingerla in avanti. Chiediamoci: quanto preghiamo gli uni per gli altri? Il Signore ha pregato perché fossimo una cosa sola: lo imitiamo in questo?

LAVORARE INSIEME. (…) il lavoro tipicamente ecclesiale ha un sinonimo ben definito: diakonia. È la via sulla quale seguire il Maestro, che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il variegato e intenso servizio delle Chiese-membri del Consiglio trova un’espressione emblematica nel Pellegrinaggio di giustizia e di pace. La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti. I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi. Sentiamoci interpellati dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione, perché «il programma del cristiano è un cuore che vede» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 31). Vediamo ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è. Guardiamo anche a tanti nostri fratelli e sorelle che in varie parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, soffrono perché sono cristiani. Stiamo loro vicini. E ricordiamo che il nostro cammino ecumenico è preceduto e accompagnato da un ecumenismo già realizzato, l’ecumenismo del sangue, che ci esorta ad andare avanti.

Incoraggiamoci a superare la tentazione di assolutizzare determinati paradigmi culturali e di farci assorbire da interessi di parte. Aiutiamo gli uomini di buona volontà a dare maggior spazio a situazioni e vicende che riguardano tanta parte dell’umanità, ma che occupano un posto troppo marginale nella grande informazione. Non possiamo disinteressarci, e c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato. Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull’amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, Buon Samaritano dell’umanità (cfr Lc 10,29-37), ci interpellerà (cfr Mt 25,31-46). Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della carità concreta?»

(tratto da: http://www.vatican.va).

Rendere migliore il mondo

Non basta più ascoltare e leggere la parola di Dio come un insegnamento, quasi fosse una lezione di morale. Così come non ci possiamo più nemmeno accontentare di venire all’eucaristia, alla cena del Signore per trovare un poco di consolazione, di forza e di nutrimento spirituale, perché fuori di qui, se allarghiamo l’orizzonte a quanto accade intorno a noi, ho come la percezione che tutto questo abbia lo stesso effetto che ha sulla nostra macchina una pulitina all’autolavaggio: appena fuori dal tunnel l’auto esce bella e linda, anche profumata, ma nel giro di pochi giorni, se non di poche ore, basta una pozzanghera, un repentino cambiamento del tempo… e siamo punto e a capo.

Visto il tempo che stiamo vivendo, alla luce delle sfide che la storia ci pone innanzi, la parola del Signore ci domanda di avere uno sguardo, una visione intelligente per capire, per conoscere, per interpretare quello che accade e agire di conseguenza.

La visione che il Vangelo ci dona è quella di un banchetto che rischia di essere senza invitati. Impossibile immaginare un banchetto senza invitati! Se poi si tratta di un banchetto di nozze la situazione rischia di essere ancora più imbarazzante, diciamo così. Forse anche qualcosa di più che imbarazzante perché ad invitare non è uno qualsiasi, ma il re. Se poi questo re in realtà è Dio stesso, come dice Gesù, siamo subito costretti a spostarci su un altro piano.

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La formula che dà forma all’amore

Prima ancora della questione divorzio sì o no, già il modo in cui i farisei pongono a Gesù la domanda ci disturba, ci inquieta: per metterlo alla prova gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie (v.2). Oggi è inammissibile un quesito di questo genere: almeno vorremmo giustamente vedere riconosciuta la pari possibilità per la donna. Perché solo il marito può ripudiare la propria moglie? E lei non ha forse gli stessi diritti e doveri? Non è un soggetto giuridico a tutti gli effetti?

Quello che ci sembra un diritto ormai acquisito in realtà anche per la nostra cultura e civiltà è abbastanza recente: sono poco più di 70 anni (1946) che nel nostro Paese anche alle donne è stato riconosciuto il pieno diritto di votare e di essere votate. Basti pensare che Papa Pio X nel 1905 ancora diceva: «La donna non deve votare ma votarsi ad un’alta idealità di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico».

Voglio dire che per noi queste sono conquiste culturali e sociali, anche spirituali e teologiche, ma ancora da implementare. Anche perché non mancano comunque delle resistenze. Non è raro sentire dire che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna, come se fosse appunto responsabilità della donna se i giovani non vogliono sposarsi, se aumenta il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. Anche questa è una forma di maschilismo nemmeno tanto nascosto di chi vuole dominare la donna.

Quando oggi invece è necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e soprattutto nella Chiesa.

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