Author: Giuseppe Bettoni (Page 1 of 91)

Se avveleni le tue radici, l’albero muore

Proviamo anche solo per un istante a immaginare Giovanni ormai anziano ricordare senza censure quella sua richiesta fatta a Gesù, insieme al fratello Giacomo: Vogliamo stare nella tua gloria uno a destra e uno a sinistra! Sono quei ricordi che vorremmo rimuovere dal nostro bagaglio, ci piacerebbe cancellarli facilmente dalla memoria perché quando riaffiorano ci fanno sprofondare nella vergogna: ma come abbiamo potuto chiedere una cosa del genere? Cosa avevamo in testa?

Eppure la loro esperienza dietro a Gesù doveva passare di lì, perché è una questione antropologica che ci riguarda: noi siamo così, vogliamo avere il controllo, vogliamo dominare, vogliamo essere superiori agli altri.

Ora non so cosa avessero capito di Gesù i nostri due, anche perché già al capitolo 9 quando a Cafarnao era rientrato in casa di Pietro e aveva domandato ai suoi: ma di che cosa stavate discutendo lungo la strada? Non ebbero il coraggio di dirgli che stavano discutendo su chi tra loro fosse il più grande, il più importante!

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Cambiare paradigma

Il Vangelo non è per anime devote e molli. Seguire Gesù non è adatto per pusillanimi che temono la lotta e la battaglia. Anzi, la parola di Dio oggi è tutta intrisa di un linguaggio forte, in tutte le tre letture si dice che c’è chi vince e chi perde, si narra di battaglie e di tribolazioni… addirittura nella prima lettura abbiamo sentito di una strage, di un Giosuè, successore di Mosè, assetato di vendetta! Eppure dopo la lettura abbiamo risposto tranquillamente: “Rendiamo grazie a Dio”.

Ma come facciamo a dire così per uno che arriva perfino a voler fermare il sole al fine di fare strage di nemici? Vorrebbe fermare il sole quando ha già vinto e gli avversari sono in fuga… per sterminarli tutti!

Certo deve essere stata dura per lui succedere a Mosè. Giosuè ha avuto un’eredità pesante: prendere in mano il governo di un popolo che ancora faceva fatica a pensarsi tale perché alcune delle dodici tribù volevano la terra in quel posto là, altre si erano già installate di qua dal Giordano… altre ancora non avevano capito che la terra non gliela regalava nessuno, ma dovevano conquistarsela. Insomma tenere testa a tutti non doveva essere facile. Non facciamo fatica ad immaginare i discorsi della gente sotto le tende, lontani da orecchie indiscrete: «Se ci fosse stato qui Mosè avrebbe fatto così, avrebbe detto cosà… e questo Giosuè chi si crede di essere?». La condizione di Giosuè non era per niente facile, doveva dimostrare di essere all’altezza della responsabilità, doveva conquistarsi la fiducia della gente.

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Vedere, discernere, agire

Mosè poteva pensare di costruire una qualche struttura religiosa, non vi pare? Ne aveva tutti i motivi: in un posto dove c’è un roveto che arde senza consumarsi e su un terreno dove viene rivelato il nome di Dio… come non pensare di realizzare un santuario, di costruire un centro per i pellegrini, fare un shop center con gadget e ricordini?

Non voglio sembrarvi irriverente, solo che voglio provocarvi ad abbandonare quell’atteggiamento devoto e religioso che sposta la comprensione delle cose dal piano della realtà a quello della magia, della superstizione! Mosè non è un fenomeno e quello che racconta non è per niente “fantastico” nel senso letterale delle cose. Siamo ricondotti sul piano della realtà della vita e siamo invitati dall’esperienza di Mosè ad abitare le nostre contraddizioni senza costruirci santuari e statue per evadere in un mondo falsamente consolatorio, tranquillo, pacifico, che è in definitiva alienato.

No, abitiamo una storia che di pacifico non ha nulla, proprio nulla. E guai a noi se la fede, la spiritualità, la preghiera fossero l’occasione e lo strumento che ci rende alieni dalle nostre responsabilità. Anzi, Mosè  insegna che la fede in Dio aiuta a vedere la realtà, a comprendere quello che accade e ad agire, prendendo iniziativa. Sono tre cose che lui stesso ha imparato da Dio: vedere, giudicare, agire.

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Come Abramo

La parola di Dio che ascoltiamo ogni domenica è per noi indispensabile, è una luce che ci guida nelle scelte e nei passi da compiere, oltretutto rileggendo la storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto nella fedeltà a Dio, ci è dato di comprendere meglio il nostro tempo e di riviverlo con più consapevolezza.

Oggi la prima lettura ha aperto uno squarcio tra le tante vicende della storia di Abramo parlandoci dell’alleanza. Un’alleanza unilaterale perché, come avete sentito, è l’Eterno che prende l’iniziativa e lui solo a parlare e a presentarsi per primo: Io sono Dio e poi dice l’onnipotente. Come travisare il senso dell’iniziativa di Dio: lui dice: io ti cerco, io voglio parlare con te e noi traduciamo l’onnipotente, traduzione terribile perché un Dio che si presenta così fa già paura: se è onnipotente nel senso antropologico, diventa anche ingombrante, da temere più che da amare.

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ECUMENISMO (Pellegrinaggio ecumenico del Santo Padre Francesco)

Dopo gli incontri con i rappresentanti di alcune chiese cristiane di Milano, un evento si è posto come preziosa conclusione di questo percorso, ovvero il pellegrinaggio ecumenico del Santo Padre Francesco a Ginevra, in occasione del 70° anniversario della fondazione del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), svoltosi il 21 giugno 2018.

Vogliamo allora riproporre alcune delle parole che il Santo Padre ha pronunciato nell’incontro ecumenico, in modo che possano esserci da guida per le nostre future iniziative comuni.

«Cari fratelli e sorelle, ho desiderato partecipare di persona alle celebrazioni di questo anniversario del Consiglio anche per ribadire l’impegno della Chiesa Cattolica nella causa ecumenica e per incoraggiare la cooperazione con le Chiese-membri e con i partner ecumenici. A questo riguardo vorrei soffermarmi anch’io un poco sul motto scelto per questa giornata: Camminare – Pregare – Lavorare insieme.

CAMMINARE: sì, ma verso dove? Sulla base di quanto detto, suggerirei un duplice movimento: in entrata e in uscita. In entrata, per dirigerci costantemente al centro, per riconoscerci tralci innestati nell’unica vite che è Gesù (cfr Gv 15,1-8). Non porteremo frutto senza aiutarci a vicenda a rimanere uniti a Lui. In uscita, verso le molteplici periferie esistenziali di oggi, per portare insieme la grazia risanante del Vangelo all’umanità sofferente. Potremmo chiederci se stiamo camminando davvero o soltanto a parole, se presentiamo i fratelli al Signore e li abbiamo veramente a cuore oppure sono lontani dai nostri reali interessi. Potremmo chiederci anche se il nostro cammino è un ritornare sui nostri passi o un convinto andare al mondo per portarvi il Signore.

PREGARE: anche nella preghiera, come nel cammino, non possiamo avanzare da soli, perché la grazia di Dio, più che ritagliarsi a misura di individuo, si diffonde armoniosamente tra i credenti che si amano. Quando diciamo “Padre nostro” risuona dentro di noi la nostra figliolanza, ma anche il nostro essere fratelli. La preghiera è l’ossigeno dell’ecumenismo. Senza preghiera la comunione diventa asfittica e non avanza, perché impediamo al vento dello Spirito di spingerla in avanti. Chiediamoci: quanto preghiamo gli uni per gli altri? Il Signore ha pregato perché fossimo una cosa sola: lo imitiamo in questo?

LAVORARE INSIEME. (…) il lavoro tipicamente ecclesiale ha un sinonimo ben definito: diakonia. È la via sulla quale seguire il Maestro, che «non è venuto per farsi servire, ma per servire» (Mc 10,45). Il variegato e intenso servizio delle Chiese-membri del Consiglio trova un’espressione emblematica nel Pellegrinaggio di giustizia e di pace. La credibilità del Vangelo è messa alla prova dal modo in cui i cristiani rispondono al grido di quanti, in ogni angolo della terra, sono ingiustamente vittime del tragico aumento di un’esclusione che, generando povertà, fomenta i conflitti. I deboli sono sempre più emarginati, senza pane, lavoro e futuro, mentre i ricchi sono sempre di meno e sempre più ricchi. Sentiamoci interpellati dal pianto di coloro che soffrono, e proviamo compassione, perché «il programma del cristiano è un cuore che vede» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 31). Vediamo ciò che è possibile fare concretamente, piuttosto che scoraggiarci per ciò che non lo è. Guardiamo anche a tanti nostri fratelli e sorelle che in varie parti del mondo, specialmente in Medio Oriente, soffrono perché sono cristiani. Stiamo loro vicini. E ricordiamo che il nostro cammino ecumenico è preceduto e accompagnato da un ecumenismo già realizzato, l’ecumenismo del sangue, che ci esorta ad andare avanti.

Incoraggiamoci a superare la tentazione di assolutizzare determinati paradigmi culturali e di farci assorbire da interessi di parte. Aiutiamo gli uomini di buona volontà a dare maggior spazio a situazioni e vicende che riguardano tanta parte dell’umanità, ma che occupano un posto troppo marginale nella grande informazione. Non possiamo disinteressarci, e c’è da inquietarsi quando alcuni cristiani si mostrano indifferenti nei confronti di chi è disagiato. Ancora più triste è la convinzione di quanti ritengono i propri benefici puri segni di predilezione divina, anziché chiamata a servire responsabilmente la famiglia umana e a custodire il creato. Sull’amore per il prossimo, per ogni prossimo, il Signore, Buon Samaritano dell’umanità (cfr Lc 10,29-37), ci interpellerà (cfr Mt 25,31-46). Chiediamoci allora: che cosa possiamo fare insieme? Se un servizio è possibile, perché non progettarlo e compierlo insieme, cominciando a sperimentare una fraternità più intensa nell’esercizio della carità concreta?»

(tratto da: http://www.vatican.va).

Rendere migliore il mondo

Non basta più ascoltare e leggere la parola di Dio come un insegnamento, quasi fosse una lezione di morale. Così come non ci possiamo più nemmeno accontentare di venire all’eucaristia, alla cena del Signore per trovare un poco di consolazione, di forza e di nutrimento spirituale, perché fuori di qui, se allarghiamo l’orizzonte a quanto accade intorno a noi, ho come la percezione che tutto questo abbia lo stesso effetto che ha sulla nostra macchina una pulitina all’autolavaggio: appena fuori dal tunnel l’auto esce bella e linda, anche profumata, ma nel giro di pochi giorni, se non di poche ore, basta una pozzanghera, un repentino cambiamento del tempo… e siamo punto e a capo.

Visto il tempo che stiamo vivendo, alla luce delle sfide che la storia ci pone innanzi, la parola del Signore ci domanda di avere uno sguardo, una visione intelligente per capire, per conoscere, per interpretare quello che accade e agire di conseguenza.

La visione che il Vangelo ci dona è quella di un banchetto che rischia di essere senza invitati. Impossibile immaginare un banchetto senza invitati! Se poi si tratta di un banchetto di nozze la situazione rischia di essere ancora più imbarazzante, diciamo così. Forse anche qualcosa di più che imbarazzante perché ad invitare non è uno qualsiasi, ma il re. Se poi questo re in realtà è Dio stesso, come dice Gesù, siamo subito costretti a spostarci su un altro piano.

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La formula che dà forma all’amore

Prima ancora della questione divorzio sì o no, già il modo in cui i farisei pongono a Gesù la domanda ci disturba, ci inquieta: per metterlo alla prova gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie (v.2). Oggi è inammissibile un quesito di questo genere: almeno vorremmo giustamente vedere riconosciuta la pari possibilità per la donna. Perché solo il marito può ripudiare la propria moglie? E lei non ha forse gli stessi diritti e doveri? Non è un soggetto giuridico a tutti gli effetti?

Quello che ci sembra un diritto ormai acquisito in realtà anche per la nostra cultura e civiltà è abbastanza recente: sono poco più di 70 anni (1946) che nel nostro Paese anche alle donne è stato riconosciuto il pieno diritto di votare e di essere votate. Basti pensare che Papa Pio X nel 1905 ancora diceva: «La donna non deve votare ma votarsi ad un’alta idealità di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico».

Voglio dire che per noi queste sono conquiste culturali e sociali, anche spirituali e teologiche, ma ancora da implementare. Anche perché non mancano comunque delle resistenze. Non è raro sentire dire che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna, come se fosse appunto responsabilità della donna se i giovani non vogliono sposarsi, se aumenta il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. Anche questa è una forma di maschilismo nemmeno tanto nascosto di chi vuole dominare la donna.

Quando oggi invece è necessario, infatti, che la donna non solo sia più ascoltata, ma che la sua voce abbia un peso reale, un’autorevolezza riconosciuta, nella società e soprattutto nella Chiesa.

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ECUMENISMO (Incontro con la Chiesa Protestante – Luterana e Riformata -)

Oggi abbiamo incontrato in Casarchè la pastora Nora Foeth della Chiesa Protestante (Luterana e Riformata) di Milano che, dopo una breve visita alla comunità, si è intrattenuta con noi. L’incontro ha avuto inizio con la seguente preghiera di Frère Roger Schutz (tratta dal testo «Pensieri e parole»):

 

Spirito Santo

vieni e deponi nei nostri cuori

il desiderio di avanzare

verso una comunione,

sei tu che ci guidi.

Tu che ci ami ispira il cuore

di chi cerca una pace…

e donaci di porre la fiducia

là dove ci sono i contrasti.

Dio che ci ami,

Tu conosci le nostre fragilità.

Tuttavia con la presenza

del tuo santo Spirito,

tu vieni a trasfigurarle

a tal punto che le ombre stesse

possono illuminarsi all’interno.

Dio che ci ami, rendici umili,

donaci una grande semplicità

nella nostra preghiera,

nelle relazioni umane,

nell’accoglienza.

 

La pastora ha ricordato come nel dialogo degli ultimi cinquant’anni, cattolici e protestanti abbiano cercato di superare la dottrina della “giustificazione per fede”. Oggi, questo punto non ci separa più, si è passati dal conflitto alla comunione.

Secondo Lutero non possiamo “vendere il perdono di Dio”, Lui ce lo dona, noi dobbiamo solo accettarlo. Inoltre Lutero affermava che è la Bibbia la massima autorità, non il Papa.

Il fedele non deve avere un “mediatore” tra lui e Dio.  Ogni fedele deve approfondire autonomamente la conoscenza della Parola di Dio, leggere la Bibbia per sviluppare ed esprimere una fede concreta, propria. I pastori hanno il compito di aiutare nell’interpretazione della Bibbia.

Una differenza permane ancora tra luterani e cattolici ed è il problema della “successione apostolica” come autorità trasmessa ai vescovi dagli apostoli, successione che la Chiesa luterana non riconosce, pur avendo una sua gerarchia, tale da prevedere anche per le donne il ruolo di pastore.

La Comunità Protestante esiste a Milano dal 1850. Fondata da svizzeri riformati e da luterani tedeschi.

Nel 1864 avviene la costruzione della chiesa, improntata alla semplicità, la cui architettura doveva essere priva di caratteristiche troppo evidenti, per esempio il campanile, per non richiamare attenzione e opposizioni.

Il territorio di competenza della comunità si estende a gran parte della Lombardia. I circa seicento membri luterani e riformati di varia nazionalità abitano a Milano o nell’hinterland. Spesso i culti vengono svolti in alcune località della provincia di Varese.

Nella comunità risiede sia la sede pastorale luterana che quella riformata, quindi entrambi queste tradizioni protestanti sono rappresentate. E’ una particolarità di questa chiesa la convivenza di due confessioni, tra le quali in passato non sono mancati conflitti.

La Chiesa protestante luterana appartiene al Consiglio delle Chiese di Milano e pratica il dialogo ecumenico.

A questa breve presentazione è seguito un confronto sulla diversa interpretazione della Santa Cena. Uno dei principali problemi dogmatici che limitano la vera comunione, cioè il fatto che non si possa celebrare insieme la Cena del Signore.

Nella Chiesa luterana si partecipa alla comunione sotto le due specie.

Si è sottolineato come questa modalità avviene talvolta anche in alcune parrocchie della chiesa cattolica e come, inoltre, il concetto di “transustanziazione” che ci separa dai protestanti, sia ormai di fatto superato, in quanto recenti documenti hanno reinterpretato questa categoria filosofica in termini più biblici e meno scolastici.

Citiamo infatti una frase, spesso ripetuta dal Card. Martini, ovvero che: “L’Eucarestia non si nega a nessuno”. In effetti, chi si merita la comunione? E’ forse stata negata a Giuda e a Pietro?

La pastora Foeth ha quindi spiegato come nella loro Chiesa venga preparato e nominato un Pastore.

E’ necessario aver studiato teologia a livello universitario. A questa preparazione segue una formazione pratica che dura due anni e durante questo periodo l’aspirante pastore viene affiancato da un pastore di ruolo. Quindi sostiene un esame e fa domanda per una chiesa. Dopo un periodo di prova di circa due anni il pastore sceglie un posto vacante e fa domanda per coprirlo.

In Italia le chiese pubblicano un bando che segue una procedura dettagliata e precisa.

Sollecitata da altre domande relative alle attività che si svolgono presso la sua chiesa, la pastora Foeth ha sottolineato come il numero non rilevante dei fedeli rende difficile organizzare impegnative attività di diaconia.  Si augura tuttavia di trovare volontari che si impegnino in particolare ad aiutare i richiedenti asilo (sopratutto iraniani) che, dopo un soggiorno di qualche anno in Germania, vengono rimandati in Italia (come paese di prima accoglienza) e per i quali, ormai a conoscenza della lingua e del culto, spesso la chiesa luterana potrebbe essere un punto di riferimento.

Ma non è facile trovare fedeli interessati che possano impegnarsi per tempi lunghi.

Presso la comunità vengono svolti corsi di catechesi, soprattutto per i giovani, attività di culto e di studio della Bibbia attraverso varie metodologie.

E’ previsto un gruppo di laboratorio cristiano in cui si studiano testi biblici, si leggono libri di vari teologi e si affrontano anche tematiche diverse, partendo ad esempio dalla visione e dal commento di film.

Si è inoltre sperimentata la drammatizzazione di un testo biblico. Dopo la lettura i partecipanti interpretano i vari personaggi del testo considerato e, in conclusione, vengono raccolte le impressioni che il testo ha suscitato.

Utilizzando il bellissimo organo presente nella loro chiesa (organo Tamburini) spesso vengono eseguiti concerti.

Accanto alla chiesa è stato collocato un Orto della Fede, segno di raccoglimento e di salvaguardia e cura del Creato.

Concludiamo infine l’incontro auspicando, in futuro, di poter collaborare con la comunità protestante per qualche attività di diaconia e di approfondimento biblico.

Milano, nove giugno duemiladiciotto

Per un approfondimento sulla Chiesa protestante si propone un documento tratto dal sito: www.consigliochiesemilano.it: Approfondimento Chiesa Protestante

Geremia 31.32 (6 giugno 2018)

Visualizza il foglietto:

Lectio Divina 2017-2018 – Geremia (17)

Ascolta la Lectio:

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