Author: Giuseppe Bettoni (Page 1 of 91)

Come rigenerarsi?

Non è l’atteggiamento di Nicodemo ad avere successo oggi, anzi, ai nostri giorni bisogna essere arroganti, piuttosto che umili e porsi domande; è meglio apparire sicuri di sé, più che non desiderosi di confrontarsi con gli altri… è più rassicurante accontentarsi del sentito dire, dell’imparaticcio, del così fan tutti, piuttosto che attraversare la notte verso l’inedito dell’alba.

Eppure sono queste che potremmo definire «Conversazioni notturne a Gerusalemme», sono queste chiacchierate che tolgono il sonno e che si prolungano senza che ce se ne accorga, a riempire di gusto e di senso la vita.

E ora noi che siamo qui, animati dallo spirito di Nicodemo, vogliamo cercare di comprendere cosa spinge quest’uomo, un fariseo, un capo dei giudei, che ha un nome greco «Nicodemo» (lett. “colui che vince il popolo”) che possiamo interpretare nel senso di «colui  che vince il modo di pensare popolare», per cui è appunto uno che non si accontenta dei luoghi comuni, è uno al quale non basta appartenere a un club esclusivo come quello dei farisei… a cercare in Gesù un interlocutore affidabile, un amico cui confidare i propri pensieri, proprio quelli di cui aveva paura a parlare con i suoi più vicini.

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Come amici

Sarebbe di pessimo gusto se in occasione del matrimonio, l’amico dello sposo rubasse la scena al festeggiato e reclamasse per se un ruolo e un palcoscenico da primo attore. La situazione sarebbe quanto mai imbarazzante: ciò che muove l’amico a un tale eccesso farebbe pensare a qualche interesse nei confronti della sposa… Si aprirebbe uno scenario quanto mai grottesco!

Proprio a questa metafora ricorre Giovanni Battista il Precursore nel rispondere ai suoi discepoli che gli fanno presente che colui che era con te dall’altra parte del Giordano sta battezzando e tutti accorrono a lui. Vedete sono talmente accecati dalla rabbia e dall’invidia che non hanno nemmeno il coraggio di nominare Gesù… vedono quello che loro stessi hanno in cuore: sono pieni di gelosie, invidie, rivalità e vedono quello lì, appunto Gesù, come uno che ruba mestiere e discepoli!

Pare impossibile che non si riesca a fare del bene senza che qualcuno pretenda dei marchi di fabbrica e voglia avere l’esclusiva. Anche all’interno della Chiesa stessa, anche il gruppo di Gesù e non solo quello del Battista, è animato da protagonismi, rivalità…

Nessuna relazione, nessun gruppo, nessun insieme umano è esente dal rischio della concorrenza, della gelosia, dell’invidia, della rivalità. Si inizia con il paradigma dell’amicizia e del legame, e poi si scivola in quello della divisione, della gelosia, del possesso.

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La passione di comunicare la vita

Mi parrebbe più che sufficiente soffermarci sul v.7, quando Gesù dice: Strada facendo annunciate che il regno dei cieli/di Dio è vicino. Niente di più e niente di meno. Questo in estrema sintesi il contenuto della evangelizzazione.

Prima ancora di entrare nelle modalità, nelle cose da fare, nella coerenza della nostra vita, sappiamo di ricevere questo dono da Dio. Il regno di Dio è vicino. A noi tocca annunciarlo, ma anzitutto il regno di Dio è già tra noi.

Che cos’è questo regno di Dio? sono parole che per chi non famigliarità con la Scrittura possono suonare ambigue, infatti nella storia talvolta si è preteso individuare il regno di Dio con un regno tout court, con i suoi confini, i suoi eserciti, le sue leggi… Gesù però non ha fondato uno stato, nemmeno una nuova religione, Gesù ha reso tangibile il modo in cui Dio regna, il modo di fare di Dio, vale a dire che Dio è vicino, Dio è dalla nostra parte, dalla parte dell’uomo e della donna.

Che è il cuore del Vangelo. Nel cap. 10 Matteo non fa altro che riprendere il Discorso della Montagna (cap. 5-7) per dire che Dio è vicino al povero, al mite, al perseguitato, al puro di cuore, a chi piange, a chi cerca disperatamente la giustizia. E i suoi discepoli, come dice nel cap. 10 sono inviati per continuare questa missione, questa evangelizzazione.

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Confusione etica

La parola di Dio di oggi è attraversata da grandi tensioni: nel vangelo che abbiamo appena ascoltato, c’è tensione tra i contadini, affittuari della vigna e i servi, inviati dal proprietario, tensione che diventa conflitto tra chi vuole fare da padrone e i servi… al punto che alcuni di questi vengono bastonati, lapidati e uccisi.

Così come c’è tensione, scrive Paolo nella lettera ai Romani, anche tra la comunità cristiana e il popolo ebraico, tensione che di lì a qualche anno sfocerà nella scomunica dei cristiani che vengono appunto cacciati fuori dalla sinagoga.

Anche la prima lettura è attraversata da una grave tensione tra il profeta Elia e ben 850 falsi profeti al soldo di Gezabele che culmina con una strage impressionante dopo che il profeta Elia ordina l’eliminazione dei falsi profeti suoi antagonisti.

Niente di nuovo, anzi. Se dovessimo elencare le tensioni e i conflitti che ci sono nel mondo, tra i popoli, nelle religioni e tra le religioni, nelle famiglie e all’interno delle stesse famiglie, ma in definitiva anche in ciascuno di noi, nei nostri cuori e nei nostri pensieri… dovremmo dare inizio a un elenco che potrebbe richiedere giorni e giorni per essere scritto.

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Quella sottile sovversione

Succede anche a noi talvolta di avere l’impulso a dare una svolta alla situazione con un atto di forza, con una reazione che gli altri non si aspettano. Soprattutto di questi tempi verrebbe voglia, alla stregua del gesto di Gesù, di dare qualche segnale forte, di agire, di ribaltare le cose, di prendersela con qualcuno.

Che succede al nostro mondo, mentre scopriamo che su Marte c’è dell’acqua? Succede che perdiamo di vista la nostra acqua, la nostra consistenza, la nostra umanità. Possiamo mettere tutti i crocifissi del mondo e ad ogni angolo dei muri… ma Gesù non esiterebbe un istante a ripetere il gesto compiuto quel giorno nel tempio di Gerusalemme e a ribaltare i tavoli ipocriti e i falsi microfoni che imperversano.

Attaccatevi al tempio, attaccatevi agli amuleti, attaccatevi ai simboli religiosi… ma non saranno queste cose a salvarci, a cambiare lo stato delle cose, a ridarci umanità, spiritualità, a restituirci fiducia e speranza di futuro.

Persiste nell’animo umano questo indomabile istinto a darsi dei feticci -perdonate la parola- ma a questo viene ridotto il tempio, il santuario, il crocifisso: oggetti volti a rassicurare le nostre paure, le nostre insicurezze, ma guardate un po’… sempre contro qualcuno.

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Vergogna e confusione

C’è poco da danzare oggi. Non siamo proprio nelle condizioni di Davide, come ci ricorda la prima lettura, che invece aveva tutti i motivi per esplodere di gioia: i successi ottenuti nelle varie battaglie e soprattutto sui filistei, come anche sullo stesso Saul, gli avevano permesso finalmente di realizzare una certa unità delle dodici tribù di Israele, di fare di Gerusalemme la capitale politica, militare e religiosa, mancava solo di trasferirci l’arca dell’alleanza che dai tempi di Mosè aveva accompagnato il cammino nel deserto come memoriale dell’esodo e che era preziosissima: lì si custodivano le tavole, la manna… Fatto anche questo il re Davide poteva essere soddisfatto e contento, così ci spieghiamo questa sua danza liberatoria, cinto solo di un efod di lino, davanti a tutta la sua gente.

Questa lettura mi ha fatto ricordare che qualche anno fa ero appena arrivato nella missione di Bertoua, una cittadina nella zona est del Camerun, quando mi chiesero di andare in un villaggio a pochi chilometri perché era morto un capofamiglia e non c’era nessuno dei missionari che potesse fare il funerale. Dopo qualche timida resistenza ho pensato al dolore della famiglia e mi sono fatto forza. Accompagnato da una suora che conosceva la strada raggiungemmo il piccolo villaggio di un centinaio di persone.

Ricordo questo episodio perché non vi nascondo che feci fatica a tenere insieme la rigidità della nostra liturgia e la vitalità di quelle danze durante un funerale nella sperduta savana africana. Suonavano, cantavano e ballavano intorno alla bara di quella che, visto il tributo d’onore della sua gente, doveva essere stata una brava persona, buona.

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Se avveleni le tue radici, l’albero muore

Proviamo anche solo per un istante a immaginare Giovanni ormai anziano ricordare senza censure quella sua richiesta fatta a Gesù, insieme al fratello Giacomo: Vogliamo stare nella tua gloria uno a destra e uno a sinistra! Sono quei ricordi che vorremmo rimuovere dal nostro bagaglio, ci piacerebbe cancellarli facilmente dalla memoria perché quando riaffiorano ci fanno sprofondare nella vergogna: ma come abbiamo potuto chiedere una cosa del genere? Cosa avevamo in testa?

Eppure la loro esperienza dietro a Gesù doveva passare di lì, perché è una questione antropologica che ci riguarda: noi siamo così, vogliamo avere il controllo, vogliamo dominare, vogliamo essere superiori agli altri.

Ora non so cosa avessero capito di Gesù i nostri due, anche perché già al capitolo 9 quando a Cafarnao era rientrato in casa di Pietro e aveva domandato ai suoi: ma di che cosa stavate discutendo lungo la strada? Non ebbero il coraggio di dirgli che stavano discutendo su chi tra loro fosse il più grande, il più importante!

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Cambiare paradigma

Il Vangelo non è per anime devote e molli. Seguire Gesù non è adatto per pusillanimi che temono la lotta e la battaglia. Anzi, la parola di Dio oggi è tutta intrisa di un linguaggio forte, in tutte le tre letture si dice che c’è chi vince e chi perde, si narra di battaglie e di tribolazioni… addirittura nella prima lettura abbiamo sentito di una strage, di un Giosuè, successore di Mosè, assetato di vendetta! Eppure dopo la lettura abbiamo risposto tranquillamente: “Rendiamo grazie a Dio”.

Ma come facciamo a dire così per uno che arriva perfino a voler fermare il sole al fine di fare strage di nemici? Vorrebbe fermare il sole quando ha già vinto e gli avversari sono in fuga… per sterminarli tutti!

Certo deve essere stata dura per lui succedere a Mosè. Giosuè ha avuto un’eredità pesante: prendere in mano il governo di un popolo che ancora faceva fatica a pensarsi tale perché alcune delle dodici tribù volevano la terra in quel posto là, altre si erano già installate di qua dal Giordano… altre ancora non avevano capito che la terra non gliela regalava nessuno, ma dovevano conquistarsela. Insomma tenere testa a tutti non doveva essere facile. Non facciamo fatica ad immaginare i discorsi della gente sotto le tende, lontani da orecchie indiscrete: «Se ci fosse stato qui Mosè avrebbe fatto così, avrebbe detto cosà… e questo Giosuè chi si crede di essere?». La condizione di Giosuè non era per niente facile, doveva dimostrare di essere all’altezza della responsabilità, doveva conquistarsi la fiducia della gente.

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Vedere, discernere, agire

Mosè poteva pensare di costruire una qualche struttura religiosa, non vi pare? Ne aveva tutti i motivi: in un posto dove c’è un roveto che arde senza consumarsi e su un terreno dove viene rivelato il nome di Dio… come non pensare di realizzare un santuario, di costruire un centro per i pellegrini, fare un shop center con gadget e ricordini?

Non voglio sembrarvi irriverente, solo che voglio provocarvi ad abbandonare quell’atteggiamento devoto e religioso che sposta la comprensione delle cose dal piano della realtà a quello della magia, della superstizione! Mosè non è un fenomeno e quello che racconta non è per niente “fantastico” nel senso letterale delle cose. Siamo ricondotti sul piano della realtà della vita e siamo invitati dall’esperienza di Mosè ad abitare le nostre contraddizioni senza costruirci santuari e statue per evadere in un mondo falsamente consolatorio, tranquillo, pacifico, che è in definitiva alienato.

No, abitiamo una storia che di pacifico non ha nulla, proprio nulla. E guai a noi se la fede, la spiritualità, la preghiera fossero l’occasione e lo strumento che ci rende alieni dalle nostre responsabilità. Anzi, Mosè  insegna che la fede in Dio aiuta a vedere la realtà, a comprendere quello che accade e ad agire, prendendo iniziativa. Sono tre cose che lui stesso ha imparato da Dio: vedere, giudicare, agire.

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Come Abramo

La parola di Dio che ascoltiamo ogni domenica è per noi indispensabile, è una luce che ci guida nelle scelte e nei passi da compiere, oltretutto rileggendo la storia degli uomini e delle donne che ci hanno preceduto nella fedeltà a Dio, ci è dato di comprendere meglio il nostro tempo e di riviverlo con più consapevolezza.

Oggi la prima lettura ha aperto uno squarcio tra le tante vicende della storia di Abramo parlandoci dell’alleanza. Un’alleanza unilaterale perché, come avete sentito, è l’Eterno che prende l’iniziativa e lui solo a parlare e a presentarsi per primo: Io sono Dio e poi dice l’onnipotente. Come travisare il senso dell’iniziativa di Dio: lui dice: io ti cerco, io voglio parlare con te e noi traduciamo l’onnipotente, traduzione terribile perché un Dio che si presenta così fa già paura: se è onnipotente nel senso antropologico, diventa anche ingombrante, da temere più che da amare.

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