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Nella pasqua di papà Angelo, 28 luglio 2010

Ospedale di Iseo circa 20 giorni fa: “Nel suo letto n.31 il papà dorme. Non è il sonno naturale, è il sonno indotto dal valium e dall’infusione degli antidolorifici. Mentre lo scruto per intuire eventuali segnali di bisogno, avverto come d’istinto la necessità di mettere per iscritto qualche pensiero, perché se è vero che anche l’ultima volta, quand’era in questo stesso ospedale e nella medesima stanza, ci abbiamo messo una pezza, questa volta mi sembra di assistere al crollo del guerriero.  Come da par suo da mesi ha pensato all’organizzazione della festa dei suoi 80 anni, e subito dopo, come se avesse deciso che il tempo era compiuto, la sua condizione fisica è degenerata e oggi il medico ha emesso la sentenza: è questione di tempo, qualche settimana. Tra le prime cose che mi ha detto al mio arrivo, [dopo un viaggio rocambolesco dalla Francia passando per Prato] ne ho udito una che non mi sarei mai aspettato da lui: «Se lo sapevo prima che finiva così, non avrei lavorato così tanto». Non so se era il risultato delle sue riflessioni di questi ultimi tempi o della sua mente ormai in balìa della chimica, ma è certo che mi ha sorpreso. Molto. Uno come lui che ha fatto del lavoro e della famiglia le colonne portanti della sua vita e che l’ha trasmesso in maniera straordinaria anche a noi, potrebbe adesso, sulla soglia, avere la capacità di rimettere tutto in discussione?”.

Caro papà, oggi pensando di dare voce a tutti noi tuoi figli e alla mamma che ti accoglie in cielo, credo di poterti dire: «Hai fatto bene papà perché oggi se noi siamo qui è anche perché dei tuoi 80 anni almeno la metà li hai passati lavorando duramente, facendo per lungo tempo anche due lavori contemporaneamente, cosi che potremmo raddoppiarli quegli anni!

Hai fatto bene e non c’è bisogno che te lo diciamo noi, siamo orgogliosi di te e tu non puoi avere rimpianti.

Ecco il patrimonio che ci lasci, il vero patris munus, il vero dono del padre: il senso di responsabilità e la necessità di fare bene e fino in fondo la propria parte nella storia del mondo.

Sei stato molto severo, anzitutto con te stesso e poi anche con noi, ma nei tuoi occhi brillava la luce quando parlavi di noi, quando hai visto i tuoi figli e le tue figlie intraprendere la loro strada e realizzare i loro sogni.

Erano anni molto diversi quelli in cui sei cresciuto tu, dagli anni in cui hai visto poi crescere i tuoi nipoti amati, amatissimi. Con loro sei sempre stato pronto a cedere e a dare quelle piccole gioie – che chiamare vizi sarebbe eccessivo -, ma che con noi nemmeno ti sognavi di fare. Hai fatto bene.

Anche le trasferte cui ti abbiamo sottoposto noi figli nelle varie nostre vicende, non ti piacevano più di tanto. Eppure c’eri sempre, sempre.

Ora che il tumore al polmone e i bronchi regalati al cemento ti hanno chiesto il conto, mentre ti guardo rispettosamente, mi accorgo che i tuoi lineamenti sono quelli del mitico nonno Giovanni, sono quelli che la gente vede impressi oggi sui volti delle tue sorelle e dei tuoi fratelli, sui nostri stessi volti: la volontà, la tempra, l’infaticabilità per la dedizione di ogni fibra di tutto se stesso.

A noi consegni una vita donata, affidata, impegnata fino allo sfinimento.

Quante volte in questi venti giorni ti abbiamo sentito sussurrare: «Ndom a ca’» quello che una volta sarebbe stato un ordine indiscutibile, risuonava invece come un istintivo bisogno di tornare all’aria libera, bisogno che non potevamo sempre soddisfare.

«Andiamo a casa»: ora sei a casa, ora che lasci il tuo paese, la tua gente, i tuoi cari, torni finalmente a casa, quella casa dalla quale tutti veniamo e alla quale desideriamo tornare  perché come diceva Paolo nella lettera ai Romani: sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore. La nostra appartenenza è all’Eterno, siamo del Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui. La nostra casa comune è la casa di Dio.

Siamo fatti per stare insieme, e infatti passiamo gran parte della nostra vita a costruire legami, affetti e relazioni, ma questo non è che un anticipo del desiderio ancor più vero di stare in Dio, per vivere nella dimensione dell’eternità. Così che quando nelle nostre vite irrompe la morte a lacerare quanto abbiamo costruito a fatica, ci rendiamo conto che solo nella promessa di Gesù nulla va perduto di quanto il Padre gli ha dato e solo in lui possiamo ritrovare i nostri legami, i nostri affetti, i nostri cari.

È questa la nostra speranza ed è per questo che siamo qui: con il nostro impegno non siamo riusciti a vincere la malattia, ma abbiamo accompagnato con l’affetto e la cura il nostro papà.

Ora in Cristo continuiamo a riannodare i fili antichi e nuovi della nostra storia, delle nostre biografie, perché come diceva Gesù nel vangelo di Giovanni: questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.

Sulla parola di Gesù appoggiamo la nostra fede che nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e di bellezza, nessuna fatica e nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna relazione.

Nulla va perduto.

E allora voglio credere e insieme tutti crediamo che una vita spesa così, una vita donata senza risparmiarsi non può che trovare in Dio il suo degno passaggio, il suo traghettamento all’altra riva.

In queste sere di veglia nel buio ormai inoltrato della notte, mentre contemplavo la luna fare capolino rifrangendo di mille riflessi le onde del lago, non ho potuto non pensare al discorso alla luna del nostro grande papa Giovanni.

Un discorso che in casa nostra non dico tutti i giorni, ma spesso, ascoltavamo da bambini da uno scassato mangiadischi così come si usava allora in tante case, nelle quali inoltre non mancava mai una fotografia di papa Giovanni XXIII.

Non credo solo perché fosse bergamasco, ma soprattutto perché presentava il volto di una Chiesa ricca di tenerezza, umana, una Chiesa più vicina alle passioni e ai dolori dell’uomo, dell’operaio come dell’intellettuale, del professore come della casalinga.

Una Chiesa, come diceva il salmo, capace di riflettere su ogni uomo la dolcezza del nostro Dio. Una Chiesa più umile e capace di relazione con tutti, una Chiesa che con grande semplicità sapeva aprire squarci di eternità nella vita di persone piegate sul lavoro.

In questa sensibilità di Chiesa ci hai cresciuti insieme alla mamma, ed è con questa Chiesa che prega per te oggi che ti affidiamo all’Eterno, caro papà.

L’Eterno che ti ha conosciuto lavoratore della prima ora, ti conceda ora quel riposo e quella pace che potrai goderti insieme con la tua e nostra Angela.

Un’ultima cosa vorrei chiederti, anzi chiedervi a tutti e due: aiutateci ora dal grembo di Dio a stare insieme e uniti, mentre ora tu vai in pace papà, vai in pace.

Nella pasqua di Ivan

Ivan Cambiaghi   (10 nov 1988 – 20 lug 2010)                                                                                  

Viviamo “insieme” questo momento difficile: ci dia consolazione e forza il non saperci soli nel portare il dolore per la morte del nostro caro Ivan.

È un momento difficile perché in questi giorni siamo stati devastati da sentimenti e pensieri contrastanti, dalle inevitabili domande, dai dubbi …

È un momento difficile perché siamo di fronte ad un mistero grande, quello della morte del nostro caro Ivan, e inutilmente cercheremmo una spiegazione, una logica: siamo nella condizione di non poter soddisfare questo desiderio che potrebbe pacificare il nostro cuore, mentre dobbiamo rimanere in silenzio, senza sprecare inutili parole e accettare di stare in questa condizione.

È un momento difficile perché vorremmo dire a Riccardo parole che possano arrivare dentro il suo cuore di padre, straziato dal dolore e invece balbettiamo appena qualche espressione di consolazione …

È un momento difficile perché ci troviamo a indugiare nel senso di colpa perché forse potevamo fare di più e invece non abbiamo fatto … Forse siamo anche dilaniati dall’interrogativo sul senso d’inutilità dell’impegno, dell’affetto e della condivisione: a che servono tutte queste cose, se poi non cambia nulla della vita?

La parola di Dio che abbiamo ascoltato è la parola che Dio ha per noi oggi, l’accogliamo come tale, come aiuto a stare in questa fatica e dolore con la dignità dei figli di Dio.

Non è che la parola di Dio, o la fede, ci renda più facile capire, piuttosto ci aiuta a guardare la nostra vita, e la vita di Ivan e anche la sua morte, con uno sguardo e un pensiero che ci fa domandare: come vede il Signore la vita e la morte di Ivan?

Per noi è importante perché ci permette di uscire dal facile moralismo, dalle semplificazioni e dalle visioni unilaterali che in genere abbiamo della vita e delle persone.

Abbiamo ascoltato nella prima lettura del profeta Elia che restituisce alla vita il figlio della vedova di Sarepta (1 Re 17, 17-24). A noi colpisce che il profeta Elia si sia chinato su quel ragazzo morto per rianimarlo, ma forse non ci siamo accorti che ancora prima di chinarsi su quel ragazzo, il profeta si è chinato su quella povera donna, segno di ciascuno di noi, dell’umanità intera che di fronte alla morte avverte acuto il senso della propria impotenza e del senso di colpa: sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia colpa ?

Con il profeta Elia è l’Eterno stesso che si china su di noi per svincolarci dalla schiavitù del senso di colpa. La morte rimane con tutta la sua forza nella nostra vita, ma sappiamo che Dio non è indifferente, si china sulle nostre fragilità, se ne prende cura per aiutarci a guardare dentro l’assurdità della morte di un figlio e della morte di un ragazzo di ventuno anni che ci pare insensata.

Una morte che è arrivata proprio quando ci sembrava che Ivan avesse raggiunto con l’aiuto di tanti una grande autonomia: il lavoro, la casa, la macchina … per non pensare anche al prezzo di fatica e di lavoro su se stesso che Ivan ha compiuto in questi anni in cui abbiamo fatto un bel tratto di strada insieme.

Non si poteva non volergli bene per i suoi occhi svegli, per il sorriso furbo e sornione, per la sua capacità di leggere con ironia la vita.

Gli abbiamo aperto anche le porte delle nostre case, eppure sembra che tutto questo non sia bastato.

La sapienza della liturgia cristiana ci aiuta a uscire da questa condizione che rischia di farci avvitare su noi stessi, permettendoci di guardare con una fede pacata alla morte del nostro piccolo grande Ivan.

Con quella fede che anche un laico come Fabrizio de André ebbe a cantare in memoria di Tenco:

Signore benpensanti/ spero non vi dispiaccia

se in cielo in mezzo ai Santi/ Dio, fra le sue braccia

soffocherà il singhiozzo/ di quelle labbra smorte

che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte.

(Preghiera di gennaio).

Sì, anch’io sono certo che il Signore Dio fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di Ivan, che fra le sue braccia l’Eterno accoglierà la sua fatica di stare al mondo e di accettarne le inevitabili frustrazioni e insuccessi.

È questa la nostra speranza ed è per questo che siamo qui: con il nostro affetto e il nostro impegno non siamo riusciti a vincere il male di vivere, ma la nostra vita e la nostra morte, come la vita e la morte di Ivan, non sono indifferenti per Dio, e noi qui continuiamo a riannodare i fili antichi e nuovi che la storia ci propone per cercare di inventare ogni giorno la speranza.

Quella speranza per cui nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e di bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia. Nulla va perduto.

Infatti, così diceva Gesù nel vangelo di Giovanni: questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno (Gv 6, 37-40).

Gesù è l’interprete autorevole della volontà di Dio.

Noi siamo soliti dire che la volontà di Dio riguarda le cose più dure della vita.

Quante volte nel linguaggio e nei discorsi cristiani si sente dire con rassegnazione: è la volontà di Dio … in genere riferendosi a cose ineluttabili, dolorose, a sofferenze e problemi di salute o di relazione … Se succede così, sia fatta la volontà di Dio!

Come se a Dio derivasse un qualche vantaggio dal soffrire dei suoi figli.

Gesù è stato chiaro, anzi chiarissimo: la volontà di Dio è che nessuno dei figli che lui gli ha dato, vada perduto. Non c’è vita che non sia cara al cuore di Dio.

La vita di Ivan, così brutalmente strappata ai nostri affetti e ai suoi sogni, non è perduta, il suo sorriso non si è spento, il suo sguardo furbino è ancora rivolto a noi oggi per invitarci a continuare a credere che la vita è un dono grande, che l’amore e la solidarietà valgono la pena di essere vissuti.

E da questa fede deriva quella pacatezza di cui abbiamo bisogno oggi.

Quale pacatezza ci è possibile oggi mentre celebriamo la pasqua di Ivan?

La pacatezza che deriva dalla fede e non da altro.

Scriveva Lutero: «L’uomo dice “nel mezzo della vita sono colto dalla morte”, ma il cristiano dice “nel mezzo della morte sono colto dalla vita”».

È  chiaro che qui si pensa alla vita eterna. Ma che cos’è la vita eterna?

La nostra curiosità è grande e vorremmo sapere: dov’è Ivan adesso?  Lo pensiamo insieme alla sua cara mamma, ai piccoli e grandi  amici che ci hanno preceduto …

E magari ci immaginiamo un luogo, un posto quasi a proiettare sull’eternità la nostra sensibilità vincolata dalle coordinate di spazio e di tempo …

La curiosità è comprensibile, ma qui ci è chiesto di fidarci di Dio e di affidare a lui i nostri cari.

Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù nostro Signore, diceva Paolo (Rm 8, 37-39): come a dire che ogni gesto d’amore, di perdono, di attenzione che viviamo nella nostra vita è come un seme gettato nel solco della storia ma che giunge a piena maturazione in Dio, che è l’amore in assoluto.

La vita eterna è essere in questa pienezza dell’amore che è Dio.

Ma questa è una fede a caro prezzo: non è la scorciatoia che ci permette di eludere le fatiche del vivere e credere … è la fiducia che si abbandona, è un’obbedienza dolorosa, ma colma di speranza.

E noi siamo qui oggi con due atteggiamenti ben espressi dalla lingua ebraica che conosce due verbi per dire la fede e l’atteggiamento del credere: uno esprime la solidità (aman), la stabilità, la certezza. Da qui viene l’amen che spesso usiamo nelle preghiere. Così anche noi oggi diciamo il nostro amen: ti consegniamo Signore il nostro piccolo grande Ivan, perché sappiamo che lui ti è caro.

Ma c’è un altro verbo che dice l’altro nostro atteggiamento di fronte alla vita che continua, ed è il verbo del bambino che si abbandona nelle braccia della madre (batah), perché ciascuno di noi sappia porre le proprie mani nelle mani di Dio e ci aiuti ad attraversare la vita e la morte con la certezza del suo amore.

«Vi porto nel cuore»

Saluto alla comunità

Mi sono chiesto tante volte nei giorni scorsi quale significato dare a questa celebrazione e poi, come sempre, ascoltando la pagina di vangelo, mi sono reso conto che anche noi oggi dobbiamo compiere insieme lo sforzo di passare per la porta stretta della separazione, del distacco.

È un momento doloroso, umanamente è fonte di dispiacere, anche perché se mi volto indietro e guardo questi ventisei anni trascorsi con voi, dei quali quattordici come parroco, posso dire che per voi sono stato prete, ma con voi sono cresciuto come uomo e come cristiano.

Gregorio Magno diceva che «La Parola di Dio cresce con chi la legge» (Omelie su Ezechiele I, 7, 8): ed è stata anche la mia esperienza di domenica in domenica mettendomi in ascolto della Parola e di ciò che la comunità e la nostra vita domandavano, e così annunciando la Parola per la crescita della comunità, anch’io sono cresciuto insieme con voi.

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Foglio Informativo 23 maggio 2010

La festa ebraica di Pentecoste è da sempre tra le feste più importanti: celebrare, dopo la Pasqua di liberazione dalla schiavitù, il dono della Legge significa per il popolo esprimere la propria riconoscenza per la tenerezza misericordiosa dell’Eterno che prima ha fatto sperimentare il proprio amore e poi ha chiesto di rispettarne i patti.

Infatti il popolo ebraico con la festa di Shevuot, che era inizialmente l’offerta a Dio della primizia del grano appena giunto a maturazione, celebra questo evento della consegna della primizia della Torah, quale segno di maturazione del rapporto tra Dio e il suo popolo. La legge, o meglio la Torah, non è semplicemente un testo scritto da osservare, quelle parole scritte esprimono l’intenzione di Dio, lo Spirito di Dio, la premura con cui Dio vuole essere vicino al suo popolo, affinché il popolo sia vicino a lui.

Anche in quell’anno in cui era morto Gesù,  la città di Gerusalemme era un fermento di lingue diverse proveniente da tutto il mondo: erano migliaia i Giudei pii che venivano dalla diaspora per unirsi ai fratelli di fede nella città santa. C’era davvero un sacco di gente a Gerusalemme … una festa che doveva essere come quella di tutti gli altri anni.

Gli Atti raccontano di un gruppo di ebrei, discepoli di Gesù, per i quali la pentecoste di quell’anno invece non fu affatto come le altre! Per raccontare quello che è successo Luca ricorre a tre testi del Primo Testamento.

Il primo tratto dal libro dell’ Esodo, ricorda gli eventi del Sinai, quando Dio ha donato a Mosè le tavole della legge: Il monte Sinai era tutto fumante perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono (Es 19). Scrivendo nella linea degli eventi del Sinai, con il fuoco e il vento tuonante, Luca  vuole farci comprendere che la Pentecoste di quell’anno è stata qualcosa di più di un pellegrinaggio tradizionale, è stata un’esperienza come di un nuovo Sinai: allora Dio aveva donato la Legge scritta su tavole di pietra al suo popolo per insegnargli a vivere nell’Alleanza, ora Dio con il dono dello Spirito scrive nei cuori una parola indelebile.

Il secondo testo cui ricorre Luca per dirci di questa pentecoste è la parola del profeta Gioele, la si trova al cap.3,1: io effonderò il mio spirito su ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Ecco a Gerusalemme si compie questa profezia: l’enumerazione di nazionalità presenti in città, l’indicazione che vi si trovavano dei giudei venuti da tutte le nazioni che sono sotto il cielo, dice che a Gerusalemme si compie il dono dello Spirito, che la città santa non è solo la città dove Gesù ha istituito l’Eucaristia, la città dove è risuscitato, ma anche la città dove lo Spirito è stato effuso sui discepoli.

Il terzo testo che Luca ha in mente è quello che tutti conosciamo bene: la storia di Babele. L’orgoglio umano vorrebbe essere l’unico artefice della costruzione della storia! Al punto che la costruzione della torre costituisce il simbolo di un delirio mondano e di presunzione orgogliosa.

Questa triplice narrazione costituisce la trama della pentecoste e ci può aiutare a comprendere come possa esserci pentecoste per noi oggi. Che cosa lo Spirito dice alla Chiesa oggi? quali sono i doni di cui abbiamo bisogno per essere testimoni del Vangelo in questo momento storico?

Riprendendo le tre linee di Luca possiamo dire che il nostro essere discepoli consiste nel riferirci tutti all’amicizia con Dio, non abbiamo più l’esperienza del Sinai, ma ciascuno di noi, ripensando alla propria storia di fede, può ricondursi ad una esperienza sorgente, al dono di Dio che si è manifestato in un incontro, in un evento, in una persona … che è stato come un fuoco che ha scaldato il cuore, come un vento che ha rimesso in circolo la vita. Comunque è certo il Signore all’inizio di tutto. La tradizione dei Padri amava descrivere il mistero della Chiesa con la metafora della luna: il Cristo è il sole di giustizia, sorgente unica di luce e la Chiesa, come la luna, riceve da lui, ad ogni istante, tutto il suo splendore. La testimonianza della Chiesa in certe epoche si può anche oscurare: sono le fasi oscure della luna. Esse stanno a significare che la Chiesa, in questo modo, è sempre una chiesa morente, ed è così che essa si rinnova, riavvicinandosi sempre più al Cristo. Tutta vicina al suo sole  il Signore Crocifisso, proprio nell’oscuramento della passione essa ricomincia a crescere per partecipare alla pienezza segreta della vita del risorto (scrive H.De Lubac).

Un secondo spunto che rimanda alla citazione di Gioele, è l’invito che ci viene da Dio ad alzare lo sguardo e a credere che lo Spirito del Signore è sempre vivo, è attivo, non si scoraggia, non ci abbandona. Gioele dice: Diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie, i vostri anziani faranno sogni … Certo se ci guardiamo intorno, chi mai ode profeti oggi nella chiesa? Quali anziani osano sognare? Eppure è una promessa che attende il compimento. Avere anziani che sognano e non solo che si lamentano, avere giovani che guardano con profezia al futuro e non solo all’oggi … è una promessa di Dio, che noi attendiamo come segno di una rinnovata pentecoste!

Infine la pentecoste ci apre ad accogliere il dono di Dio: non siamo noi a costruire la Chiesa, è lo Spirito che riempie la Chiesa, perché sia capace di parlare agli uomini e alle donne di ogni lingua, di ogni latitudine ed essere una casa dove abitano la diversità e l’unità,  contro la nostra tendenza e la nostra tentazione ad omologare, a rendere tutto uguale, a non tollerare le diversità. Una chiesa che non si costruisce come una nuova torre, ma una comunità che è ricca nella sua diversità di doni e di carismi. Una chiesa estroversa e non solo preoccupata del proprio funzionamento. Ecco una chiesa per il nuovo millennio che già il Concilio Vaticano II ha descritto come una chiesa sottomessa alla Parola di Dio, una chiesa che mette al centro l’Eucaristia, una chiesa leggera, semplice e povera, attenta ai segni dello Spirito nei nostri tempi, ovunque si manifestino; una chiesa attenta al cammino arduo e difficile di molta gente oggi, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità. Una chiesa che, come Gesù, rifiuta i suggerimenti di Satana che lo invitavano al miracolo chiassoso, la spettacolarità, il dominio.

Sì, come scriveva don Tonino Bello, Pentecoste è una “festa difficile”: «Ma non perché lo Spirito Santo – anche per molti battezzati e cresimati – è un’illustre sconosciuto. È difficile perché provoca l’uomo a liberarsi dai suoi complessi. Tre soprattutto, che a me sembra di poter individuare così.

Il complesso dell’ostrica. Siamo troppo attaccati allo scoglio: Alle nostre sicurezze: Alle lusinghe gratificanti del passato: Ci piace la tana: Ci attira l’intimità del nido: Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci sul mare aperto: Se non la palude, ci piace lo stagno: di qui, la predilezione per la ripetitività, l’atrofia per l’avventura, il calo della fantasia. Lo Spirito Santo invece ci chiama alla novità, ci invita al cambio, ci stimola a ricrearci.

Il complesso dell’una tantum. È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, sottoporci alla conversione permanente: Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un pezzo di strada, ma poi, appena trovata una piazzola libera, ci stabilizziamo nel ristagno delle nostre abitudini, dei nostri comodi. E diventiamo borghesi.

Il cammino come costume ci terrorizza. Il sottoporci alla costanza di una revisione critica ci sgomenta. Affrontare il rischio di un percorso faticoso e imprevedibile ci rattrista. Lo Spirito Santo invece ci chiama a lasciare il sedentarismo comodo dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada subendone i pericoli. Ci obbliga a pagare senza comodità forfettarie, il prezzo delle piccole numerosissime rate di un impegno duro, scomodo, ma rinnovatore.

Il complesso della serialità. Benché si dica il contrario, noi oggi amiamo le cose costruite in serie. Gli uomini fatti in serie. I gesti promossi in serie. Viviamo la tragedia dello standard, l’esasperazione dello schema, l’asfissia dell’etichetta. C’è un livellamento che fa paura. L’originalità insospettisce. L’estro provoca scetticismo. I colpi di genio intimoriscono. Chi non è inquadrato viene visto con diffidenza. Chi non si omogeneizza col sistema non merita credibilità. Di qui la crisi della protesta nei giovani e l’estinguersi della ribellione. Lo Spirito Santo, invece, ci chiama all’accettazione del pluralismo, al rispetto delle molteplicità, al rifiuto degli integralismi, alla gioia di intravedere che lui unifica e compone le ricchezze delle diversità.

La Pentecoste vi metta nel cuore una grande nostalgia del futuro».

Invochiamo insieme a Pentecoste il dono dello Spirito, perché il suo soffio rinnovi i nostri cuori, le nostre vite e ci doni di guardare con speranza al futuro.

«Anche il profeta e il sacerdote

Quella che stiamo vivendo è davvero una crisi terribile per la Chiesa, una crisi di credibilità, di testimonianza, ma non solo. Credo che sia una crisi che vada ben al di là di quella provocata dagli abusi sessuali nei confronti dei minori, commessi da certi preti e religiosi. È tutto il modo di intendere il presbiterato e la vita religiosa ad essere in crisi. È una crisi che attraversa la Chiesa ancora più profondamente nel modo stesso di intendere il ministero, di delinearne i tratti, le caratteristiche e i significati per il mondo di oggi.

Sono anche convinto però che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anzi esiga da noi la capacità di attraversarla con coraggio e intelligenza, perché questa stessa crisi potrà portare in sé una promessa e un riscatto a patto che ci lasciamo tutti provocare e ci lasciamo coinvolgere nel pensare e non solo nell’emettere facili giudizi e condanne.

Alla fine del Medio Evo la forma del nostro presbiterato era totalmente incapace di fare fronte alle istanze del cambiamento culturale e sociale. Il clero era praticamente senza istruzione, appena capace di celebrare la messa e viveva sovente con delle concubine. La Riforma era stata un tentativo di risposta alla crisi attraversata alla fine del Medio Evo.

Se consideriamo la nostra amata Chiesa nel corso dei secoli recenti, abbiamo veramente la sensazione di esserci comportati più come farisei, che fanno portare alla gente pesanti fardelli sulle spalle. Abbiamo detto alle famiglie che non era permessa alcuna contraccezione, ai giovani che non hanno la possibilità di sposarsi, che devono controllare la loro attività sessuale in maniera molto severa e agli omosessuali che devono vergognarsi della loro sessualità.

Indipendentemente dagli annessi e connessi dell’insegnamento della Chiesa, queste raccomandazioni vengono vissute dai fedeli come un pesante fardello. E ora i fedeli scoprono che i preti che li oberavano di obblighi hanno peccato sul piano sessuale in maniera molto più grave. Come i farisei, non facendo quello che predicavano.

Che tutto questo accada mentre volge al termine l’”Anno sacerdotale” indetto da Benedetto XVI per il 150° anniversario della morte del santo Curato d’Ars (1859), e mentre si va registrando nelle Chiese occidentali una grave diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose, sono elementi che ci devono davvero fare riflettere se avvertiamo responsabilmente su di noi il destino e il futuro della Chiesa nel nostro mondo occidentale.

Mi sembra questa la condizione in cui si ode la parola di Geremia: “Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare” (14,18), o come traduce la nuova versione CEI “e non sanno comprendere”, che forse è ancora peggio, perché almeno nella prima traduzione una possibilità di comprensione era presupposta.

Eppure, nonostante l’incapacità di capire e di agire di molti, da qualche parte lo Spirito suscita risposte coraggiose, come quella nata in Francia, da un gruppo di laici, i quali ben comprendendo che è necessario andare oltre l’attesa di interventi dall’alto e di provvedimenti, hanno costituito una “Conferenza dei battezzati di Francia” (CCBF), organo indipendente di espressione di tutti i fedeli cattolici.

La Conferenza ha pubblicato alla vigilia di una Pasqua molto turbata, una “Lettera ai nostri fratelli preti”, in cui tra l’altro si legge: «Il silenzio che viene rimproverato alla Chiesa è anche il nostro silenzio» e «bisognerà che voi, preti, e noi, fedeli di Cristo, ricostruiamo la comunione ecclesiale sulla trasparenza, l’umiltà e la saggezza». La missiva termina con una calorosa promessa: «Siete i nostri preti e i nostri amici, siate certi che ci troverete al vostro fianco sia nei momenti di gioia che nelle prove».

Questa Lettera conferma che la Conferenza dei battezzati intende chiaramente restare nella Chiesa e accanto ai suoi “quadri” attuali . Posizioni che sono state deplorate da qualche militante, che forse ha confuso difesa dei laici e scontro con il clero. Molti preti, che soffrono per una pesante campagna mediatica, hanno apprezzato questa dichiarazione di affetto. In attesa dell’assemblea costituente prevista per quest’autunno, la Conferenza si è dotata di un documento di riferimento: una Carta intitolata “Ni partir, ni nous taire” (Né andarsene, né tacere). Proposto da febbraio ai simpatizzanti per essere ratificato, il testo sintetizza i punti nodali dell’iniziativa: «Suscitare la coscienza di ogni battezzato», «fare della Chiesa un luogo di parola e di ascolto», «essere una struttura di azione e non di rivendicazione, situata decisamente all’interno della Chiesa».

La Conferenza può ormai contare su un migliaio di simpatizzanti e su quindici gruppi locali attivi. In alcuni gruppi si lavora sulla vocazione dei battezzati, in altri si riflette sul diritto di espressione dei laici e dei preti, altrove si (ri)leggono gli Atti degli Apostoli. Due gruppi sono perfino stati ricevuti dal loro vescovo. Ovunque, i militanti hanno prima di tutto dovuto ricevere le proteste e i racconti di sofferenze di numerosi laici.

Perché la Conferenza dei battezzati non vuole essere solo una camera di registrazione delle disfunzioni istituzionali. «Abbiamo tutti dei motivi di rabbia da esprimere, riconosce una delle leader, ma non è la cosa migliore da fare. La nostra priorità è la promozione dei battezzati». «Non vogliamo un’organizzazione parallela e concorrente alla Chiesa».

Anche se il sacerdote e il profeta si aggirano per il paese senza comprendere e senza agire, lo Spirito sembra sorprenderci inventando nuovi spazi di dialogo e di confronto. Che sia questa la strada per il cristianesimo in Europa?

Quaresima 2010

A fatica usciamo dall’inverno per entrare in una nuova stagione dello spirito.

La pigrizia che ammorba i cuori e le menti ci fa stare rintanati nel tepore del nostro agitarci, ma il Signore nella sua grandezza ci regala una stagione quanto mai propizia: l’inizio di una nuova quaresima.

È un tempo che il Signore ci dona, è un regalo della sua misericordia. Prima ancora di essere il tempo dell’impegno, della disciplina e della penitenza, accogliamolo per quello che veramente è: un tempo nel quale il Signore ci vuole parlare cuore a cuore.

In fondo nonostante tutto il nostro indagare e peregrinare per il mondo, il viaggio ancora più arduo e vero è il percorso verso l’intimo più intimo del nostro cuore, perché come scriveva s. Agostino: «In interiore homine habitat veritas».

Viviamo questi quaranta giorni, almeno questi, come un itinerario lungo il quale l’Eterno ci educa a conoscere la verità che abita in noi stessi.

Vi sorprenderà, ma la proposta che vi rivolgo è di partire proprio da ciò che non consideriamo verità di noi stessi, cioè le nostre emozioni e i nostri sentimenti.

«Esiste nella nostra cultura e nelle nostre pratiche di vita un’educazione psicologica che ci consenta di mettere in contatto e quindi di conoscere i nostri sentimenti, le nostre pulsioni, i moti della nostra aggressività? Oppure il mondo emotivo vive dentro di noi a nostra insaputa, come un ospite sconosciuto a cui non sappiamo dare neppure un nome?».

Sono parole del filosofo Umberto Galimberti che ha ripetutamente messo in luce questo nervo scoperto della nostra cultura e della nostra società, in cui emozioni e sentimenti, spesso non educati, rischiano talvolta di diventare esplosivi o, viceversa, di raffreddarsi fino all’indifferenza e alla noia.

«Le emozioni, scrive lo psichiatra Eugenio Borgna, sono anche portatrici di conoscenza: di una conoscenza che ci trascina nel cuore di esperienze di vita irraggiungibili dalla conoscenza razionale. Occorre ascoltare fino in fondo noi stessi, anche nel dolore e nella sconfitta».

Nel nostro percorso quaresimale, con la guida di personalità diverse per competenza e sensibilità, cercheremo di decifrare alcune emozioni e sentimenti tra loro contrastanti, indagando il nostro vissuto umano e lasciandoci illuminare, attraverso il Vangelo, dai modi in cui Gesù stesso ha sperimentato il desiderio e la passione interiore.

E sarà interessante anche per noi affacciarci a conoscere Gesù da questa prospettiva delle emozioni e dei sentimenti: sono tanti anni che ascoltiamo il Vangelo, che meditiamo i suoi gesti e le sue parole, abbiamo imparato a conoscere più da vicino gli amici del Signore, le persone che incontrava e questo ci ha disegnato nella mente e nel cuore un ritratto di lui. Ma c’è almeno una cosa che ci sfugge: Quali sono state le emozioni di Gesù? Cosa provava nel suo intimo, come vive le sue reazioni?

Conoscere gli aspetti più intimi di una persona è sempre difficile, anche dei nostri amici e delle persone care, per non parlare di noi stessi! Per di più parlando di Cristo i documenti che abbiamo a disposizione narrano la sua vicenda molti decenni dopo e lo fanno sulla base di testimonianza scritte o orali dei suoi seguaci o di chi aveva avuto contatti con loro. Per cui la domanda per essere corretta dovrebbe essere: cosa ci dicono i vangeli delle emozioni e dei sentimenti di Gesù?

Sappiamo quanto le emozioni e i sentimenti in un determinato contesto di significati e di valori quanto siano influenti nella costruzione della nostra identità e delle relazioni tra individui.

Le emozioni che serpeggiano nel profondo della persona possono essere manifeste, espresse con libertà, oppure coperte e imbrigliate da costumi rigidi o repressivi, dall’educazione e dai tabù che ci abitano.

L’arcipelago dei fenomeni emotivi è tanto vasto che non possiamo generalizzare, ma almeno possiamo risalire, per quanto riguarda Gesù, a quelli più frequenti, a quelli che i vangeli mettono in rilievo e sono soprattutto: la compassione, lo sdegno e il desiderio appassionato.

Di fronte alle folle che lo seguono da qualche giorno il Signore rivolgendosi ai suoi afferma: “Sento compassione di questa folla” (Mc 8, 2). Così ai discepoli che vogliono proteggerlo dai bambini che gli vengono portati vicino, Gesù reagisce con uno scatto d’indignazione: “al veder questo s’indignò …” (Mc 10, 14).

Nei momenti cruciali della sua vita incontriamo anche ansia, commozione e tristezza. Andando a pregare nel Getsemani, decide di portare con sé tre dei suoi e le sue emozioni cominciano a scatenarsi: “Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia” (Mc 14, 33) e subito dopo ai tre che erano con lui “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate” (Mc, 14, 34).

Non possiamo non pensare alla scelta potente del silenzio che per Gesù è una scelta intenzionale, sembrerebbe dire che ciò di cui si dovrebbe parlare è tutt’altro. All’incalzare dei capi dei sacerdoti e di tutto il sinedrio con false accuse, l’evangelista annota:  “Ma egli taceva e non rispondeva nulla” (Mc 14, 61).

E che dire della sua decisione e della sua volontà, della sua passione interiore che ci permette di apprendere i suoi desideri? “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto” (Lc 12, 49-50). Gesù ci fa capire quello che considera il suo compito, la concezione che ha di se stesso, formulando il desiderio che questo avvenga rapidamente e nella sua interezza.

Anche solo da queste brevi note ci rendiamo conto che le emozioni sono un ingrediente importante nella vita del Signore. Egli si lascia coinvolgere da persone e situazioni entro un mondo pulsante di umanità, verso cui mostra simpatia, ma anche severità … tutti stati emotivi che lo proiettano verso un progetto di trasformazione e di lotta: l’eliminazione dalla realtà di quegli aspetti che ostacolano l’irruzione del regno di Dio nella storia del mondo.

Seguiamolo anche noi in questi quaranta giorni e alla scuola dello Spirito ci sia dato di giungere ad avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo!

Foglio Informativo dicembre 2009

Natale 2009

Facciamolo il presepe! Facciamolo con dignità:

Gesù è nato a Betlemme, la città di Davide,

quando tutti aspettavano un eroe, un re e un liberatore.

Gesù è nato in una grotta, tra gli animali e i poveri.

Giuseppe e Maria dovettero ricominciare in una nuova città

come immigrati, una vita di umiliazione e di fatica.

È nato a Betlemme, nella “casa del pane”,

così significa il nome.

Il pane se lo è guadagnato con il lavoro.

Lo ha messo al centro della preghiera che ci ha insegnato

quando, nel Padre nostro, domandiamo l’essenziale della vita.

Lo ha scelto nell’eucaristia, come segno del suo amore

che chiede di essere spezzato per sfamare tutti.

Ma oggi, abbiamo paura che ci manchi il pane,

poiché manca il lavoro,

e manca il coraggio di cambiare il modo di vivere

di abitare la natura e di costruire la pace.

 Che il Signore ci doni di accogliere la solidarietà che ha per noi

perchè ci sia dato di non essere egoisti:

Natale è gioia del dono della vita e dell’accoglienza.

Facciamolo il presepe, facciamolo con verità:

i veri protagonisti sono poveri:

pastori, bottegai, artigiani…

sono uomini giusti come Giuseppe,

donne coraggiose come Maria.

Con loro mettiamo anche gli angeli che annunciano

e noi insieme con loro diciamo:

Gloria a Dio e pace agli uomini!

Foglio Informativo 15 novembre 2009

A chi di noi non è capitato – e in genere succede proprio nel momento in cui lo ritenevamo indispensabile – di ritrovarci con il telefonino «scarico»?

Presi dal vortice delle cose, ci siamo dimenticati di ricaricarne la batteria, gesto molto semplice e che non costa alcuna fatica, ma che è fondamentale per il funzionamento di questo come di numerosi altri strumenti elettronici di cui ci serviamo per il lavoro, per la casa o per il nostro divertimento.

E così ci ritroviamo con uno strumento inutilizzabile, e per l’aggiunta proprio nel momento di maggiore bisogno!

La nostra vita spirituale non è forse così? Quante volte ci è capitato di ritrovarci «con le batterie scariche»? Di sentirci particolarmente stanchi, con un nervosismo che ci attraversa e che ci fa sentire arrabbiati con la gente e col mondo intero?

E così ci sembra di essere come cariatidi incurvate sotto il peso delle responsabilità, del sovraccarico di problemi, così che ci pare di soccombere facilmente anche alla più piccola tentazione che ci si presenta. Quando viviamo e guardiamo la vita così è perché abbiamo le batterie scariche – in parte o del tutto. Per ricaricare la nostra vita spirituale, abbiamo bisogno di inserire la spina dentro l’energia divina. 

Abbiamo bisogno di pregare ogni giorno. Abbiamo bisogno di pregare durante il giorno. «Pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie» (1 Tessalonicesi 5, 17-18).
Durante il giorno che Dio ci dona, qual è la nostra prima reazione quando ci imbattiamo in un problema, in una paura, in una difficoltà?

La nostra prima linea di difesa dovrebbe essere la preghiera. Dovrebbe essere una reazione istintiva e spontanea, così come lo è il respirare. La comunicazione frequente con Dio è l’unica carica di cui abbiamo bisogno e penso che il tempo liturgico che ci sta di fronte possa essere l’occasione per ricaricare le nostre batterie interiori.

Vi suggerisco tre piccoli esercizi.

Per prima cosa decidiamoci per una buona lettura spirituale. Non ho dubbi nel proporvi di leggere l’ultimo libro di Martini: Qualcosa di così personale. Meditazioni sulla preghiera, Mondadori 2009. Nella sua esperienza il Cardinale ci offre uno straordinario percorso ricco di suggestioni e di indicazioni pur sapendo che «la preghiera è qualcosa di così personale, di così intimo, di così nostro, che diventa difficile parlarne insieme».

In secondo luogo vi invito alla Lectio Divina che faremo ogni venerdì di avvento in due orari, per dare a tutti la possibilità di fermarsi a riflettere sulla parola di Dio della Domenica (alle ore 16 e alle ore 21).

Infine vi suggerisco queste ventiquattro domande e ventiquattro risposte che Madre Teresa di Calcutta ha rivolto a se stessa e le rispettiva risposte che si è data. Sono le domande essenziali – e le risposte, nella loro semplicità, sono davvero quelle essenziali.

Il giorno più bello? Oggi. 
L’ostacolo più grande? La paura. 
La cosa più facile? Sbagliarsi. 
L’errore più grande? Rinunciare. 
La radice di tutti i mali? L’egoismo. 
La distrazione migliore? Il lavoro. 
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento. 
I migliori professionisti? I bambini. 
Il primo bisogno? Comunicare. 
La felicità più grande? Essere utili agli altri. 
Il mistero più grande? La morte. 
Il difetto peggiore? Il malumore. 
La persona più pericolosa? Quella che mente. 
Il sentimento più brutto? Il rancore. 
Il regalo più bello? Il perdono. 
Quello indispensabile? La famiglia. 
La rotta migliore? La via giusta. 
La sensazione più piacevole? La pace interiore. 
L’accoglienza migliore? Il sorriso. 
La miglior medicina? L’ottimismo. 
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto. 
La forza più grande? La fede. 
Le persone più necessarie? I sacerdoti. 
La cosa più bella del mondo? L’amore.

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