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A tre anni dalla pasqua di Carlo Maria Martini (31 agosto – 2012)

 

«Nelle nostre città è sempre più intensa una presenza straniera, specialmente di immigrati dai paesi del terzo mondo. Fino a qualche anno fa non si notava, mentre oggi la si nota ogni giorno di più: nascono reazioni complesse, si moltiplicano le discussioni, le inchieste, le prese di posizione, e càpita di imbattersi anche in atteggiamenti ed episodi rivelatori di reazioni preoccupate, irritate, negative, di chiusura verso la presenza di stranieri africani o asiatici in Italia.

Come cittadini, noi abbiamo l’obbligo di prendere posizione davanti a episodi che, nella loro intolleranza, rappresentano una violazione dello spirito e del tessuto democratico. I valori di solidarietà, di rispetto presenti nella nostra Costituzione e nella nostra legislazione, non possono essere disattesi e contradetti nella sostanza. Coloro i cui antenati hanno sofferto personalmente la durezza dell’emigrazione possono trovarsi oggi a esprimere verso chi emigra in Italia gli stessi atteggiamenti di chiusura e di rifiuto che i loro padri avevano ricevuto.

Inoltre, il risorgente fenomeno di reazione di fronte a chi è di altra razza o colore non ci interpella solo come cittadini, bensì anzitutto come cristiani. Siamo sollecitati dalla forza del Vangelo ad annunziare e a praticare l’accoglienza, la riconciliazione, la solidarietà verso tutti; siamo sollecitati a proclamare la nostra vocazione a saper essere un unico popolo. Di fronte a Gesù che lava i piedi ai suoi, noi rileggiamo tanti altri episodi in cui Gesù loda, promuove qualcuno che non è della sua razza o della sua gente. Egli loda il samaritano, l’unico dei dieci lebbrosi che è tornato a ringraziarlo; loda il centurione, un pagano; loda lo straniero che si prende cura del ferito. Nel giudizio finale ci avverte: “Ero forestiero e mi avete ospitato”, o invece: “Ero forestiero e non mi avete ospitato… ogni volta che non avete accolto uno di questi piccoli miei fratelli stranieri, non avete accolto me” (cf Mt 25,35-46)».

Omelia nella cena del Signore, Giovedì santo, 23 marzo 1989

La «coppia dell’acido», il bambino e noi.

Se ripercorro gli ormai venticinque anni nei quali, come fondazione Arché, abbiamo camminato insieme a numerose mamme con i loro bambini, donne oppresse dalla colpa, dal disagio, dalla violenza e da tutte quelle forme più o meno sottili, di maltrattamento che ci hanno condotto ad aprire una struttura di accoglienza per mamma e bambino e a progettarne a breve un’altra, mi sento direttamente interpellato dalla storia, nota a noi tutti purtroppo, come la storia della «coppia dell’acido» e che mi ha fatto tanto pensare alle numerose storie incontrate in questi anni.

Le prospettive, come sempre quando si tratta delle persone, sono complesse e lo sono ancor di più quando si tratta di genitori, di mamme e di papà la cui capacità genitoriale è seriamente messa in discussione. Anche perché si intrecciano i sentimenti e la ragione, la legge e l’istinto, così come l’aspetto giuridico, psicologico e morale, ma finanche giudiziario, perché le questioni pregresse sono importanti e dalle conseguenze importanti.

La valutazione delle capacità genitoriali è un procedimento articolato che sulla base di criteri e indicatori prognostici che coinvolgono sia l’ambito sociale che personale e psicologico, individuano i fattori di rischio, i fattori protettivi, i segnali di malessere, ma anche gli indicatori di trattabilità e di gravità. Un procedimento che ha come fine primario la tutela del piccolo e altresì, nel mettere a fuoco le aree di debolezza, favorire un percorso per la mamma e il papà perché, si spera, possano assumersi in futuro le loro responsabilità.

Non si tratta qui di giudicare la bontà o la cattiveria di una madre, nessuno può essere ridotto al suo errore. Questo lo diciamo da anni e continueremo a ripeterlo. Qui è in gioco un’altra dimensione ed è la reale capacità genitoriale di una madre (e di un padre), la sua capacità relazionale e di accudimento. Quante volte abbiamo incontrato altre Martine e altri Achille, quante volte avremmo voluto e abbiamo fatto di tutto perché potessero stare insieme! Ma non posso dimenticare le situazioni in cui abbiamo dovuto rassegnarci all’idea che lì le premesse non c’erano, che i fondamenti della relazione genitoriale erano inesistenti, che la capacità di accudimento e di educazione erano insufficienti, perché il senso di responsabilità non è automatico, nella responsabilità si cresce. Certo quando la responsabilità concerne le tue scelte di vita come adulto, sai bene che la tua libertà finisce nel momento in cui incontri la libertà dell’altro. Puoi anche decidere di fregartene e quindi di commettere degli errori, consapevole che devi essere pronto a pagarne le conseguenze.

La questione è diversa quando la responsabilità riguarda la vita di un cucciolo d’uomo, in questo caso l’istinto ha un suo peso, ma non si può giocare a fare i romantici sulla vita di un bambino. Occorre il coraggio di dire a queste donne che non per il fatto stesso che hanno partorito sono di per se stesse capaci di essere mamme. Madri si diventa e il bene del bambino è sovrano e primario. Per questo si rende talvolta necessario non solo che si tagli il cordone ombelicale che per nove mesi li ha legati l’uno all’altra, ma che il taglio possa essere ancora più profondo, fino a sembrare duro e inumano, affinché  la vita fiorisca e cresca.

Sarebbe un grave danno, oltre che un errore grossolano, servirsi del bambino per permettere alla madre di crescere nella responsabilità. Rispondere a personalità patologiche inseguendole sullo stesso terreno – ovviamente laddove la condizione viene considerata come irreversibile -, significa tradire le nostre coscienze, la deontologia di ogni professione e il compito delle istituzioni che come comunità civile e democratica ci siamo dati a tutela di chi è più fragile e di chi è indifeso. Non è umano servirsi di un figlio come terapia per l’adulto.

Spero che Martina, e con lei tutte le altre mamme che quotidianamente incontriamo, possano davvero imparare a essere tali, nella loro dignità e nella loro umanità. La questione che ci riguarda è il «come». Non imbocchiamo scorciatoie, assumiamoci le nostre responsabilità e percorriamo la strada necessaria, percorriamola fino in fondo. Gli errori non sono condanne definitive, possono diventare opportunità. Ma la tutela che esigiamo è per i più piccoli.

Le Veroniche, «vere icone» del dolore di vivere

Ho letto la storia di questa madre, indagata per l’assassinio del piccolo Loris, ho letto della sua infanzia e delle sue vicende di vita… e non ho potuto non pensare che, come tante mamme che ci sono passate, anche lei avrebbe potuto essere aiutata ad accettare la sua vita e le sue tensioni e contraddizioni, ma anche a recuperare la sua capacità genitoriale.

In questi anni Arché ha conosciuto e accolto tante giovani donne come lei. Ragazze con disagi psicosociali così forti che, se non fossero state aiutate, avrebbero potuto distruggere per sempre quello che avevano di più caro. Donne spesso lasciate sole, confuse che hanno avuto bisogno di un aiuto per ricostruire pezzo dopo pezzo loro stesse, per prime, e poi la relazione con il loro bambino.

È per questo che vorrei anzitutto lanciare un appello a tutte quelle giovani mamme che si sentono sole nell’affrontare una vita complessa e dura in contesti che sembrano fare di tutto per isolarle. Giovani mamme che si portano sulle spalle storie di ferite e di umiliazioni, fatte di singhiozzi nel silenzio e di lacrime nella notte. Sole.

Lasciati aiutare, prenditi cura dei tuoi bambini, ma anche di te stessa, per aiutarti a cercare in fondo al cuore e alla tua solitudine quel qualcosa cui aggrapparti per inventare una speranza che oggi non sai vedere. Nessuno ti toglie il tuo bambino, anzi siamo qui apposta per aiutarti a ritrovare un vero rapporto con lui. E vengo a dirti che non sei condannata a ripetere il tuo passato.

Un appello anche alle famiglie degli amici: non potete non aver sentito il grido di aiuto di questa mamma. Ve l’avrà detto in mille modi, ma forse eravate troppo distratti, o non avreste mai pensato che sarebbe potuto accadere qualcosa di simile. Svegliatevi! Siamo rimbambiti da mille stupidaggini e non sentiamo più il grido di aiuto dignitoso e sottile di una donna. L’amicizia è portare insieme il peso della fatica, dell’umiliazione… Invece ci sono amici che non vedono l’ora di umiliarti per sentirsi superiori, più fighi. Credono che la fragilità sia debolezza, sia sconfitta. No, la fragilità è di tutti: è la mia fragilità, è la mia debolezza che è come un grido che si apre all’incontro con l’altro, perché da solo non so vivere. La mia fragilità è invocazione, grido, appello: insieme possiamo farcela.

Un appello infine a chi legge: il mistero che c’è nel cuore e nella mente di una persona è appunto tale e non è semplice da comprendere. Non giudichiamo. Anzi sì: giudichiamo il male che è sempre da condannare, ma lei non è solo la mamma di Loris, è Veronica, e se dovesse davvero essere stata lei a commettere un delitto così terribile, vorrei che potesse essere messa in condizione di trasformare la sua vita. È facile sentenziare condanne in casi come questi, è facile, leggendo il giornale o la notizia sul web, il mestiere del boia. Ma c’è sempre un essere umano dietro a tutto. C’è una persona che possiamo accompagnare affinché possa tornare a guardare la vita con speranza.

La morte del piccolo Loris verrà archiviata tra pochi giorni come quella di tante situazioni che incalzano la cronaca, ma non sarà stata invano se potesse essere l’occasione di aiutare Veronica e le altre Veroniche che sono da sole ad affrontare un futuro che appare loro come un muro insormontabile e se potesse essere l’occasione di non ritenersi condannate a ripetere il passato.

La tradizione cristiana affida a Veronica il compito di trattenere l’unica icona (vera icona: veronica), l’unica immagine del volto di Cristo. E noi siamo abituati a declinare al maschile la sofferenza di tanti «poveri cristi». Ed è vero, forse dobbiamo renderci conto che ci sono almeno altrettante, se non più, Veroniche «vere icone» del dolore di essere donne, mogli, madri troppo fragili di fronte alle responsabilità della vita.

Dare casa e costruire altalene

«Non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale,

siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana».

(Teillhard de Chardin)

 

Sono più di vent’anni che siamo al servizio della città, della città di Milano soprattutto, ma anche di altre città come Roma e SBT, di altre città nel mondo Kisii e Chikuni … servizio accanto ai più piccoli, alle situazioni difficili, un servizio che mi viene da descrivere con due immagini. La prima è il «dare casa» e la seconda è «costruire altalene».

Dare casa. Nel senso che in una prima accezione molto concreta significa dare un tetto, un rifugio sicuro a quelle mamme e a quei bambini che abbiamo incontrato sul nostro cammino. La casa di accoglienza è l’emblema di questo impegno, così come cercare un appartamento…

Ma dare casa lo intendiamo anche in un’accezione più estesa nel senso di dare protezione, cura, attenzione e accompagnamento. Dare casa vuol dire dare affetto, legame, rispetto, ricucire le lacerazioni che la vita distribuisce, significa dare una certa stabilità. Potremmo dire che la sicurezza, la protezione, il calore, l’affetto… sono le pareti delle case che cerchiamo di ricostruire. Sarà proprio questo il tema del prossimo ArchéBaleno.

E poi «costruiamo altalene». Da bambini pochi giochi ci hanno reso felici come l’altalena: la sensazione di volare, di toccare il cielo, sospesi tra la paura e l’audacia… un gioco semplice, universale, è la metafora di una dimensione della vita che cammina insieme al dare casa, alla stabilità, ai legami: è la prima esperienza di spiritualità, di libertà, di superamento delle condizioni spazio temporali cui il bambino è costretto per forza di cose. Ma dove sono finite le altalene oggi? Perché nei parchi pubblici ai bambini vengono imposte quelle squallide apparecchiature munite di cinture di sicurezza? Quando potranno con la coda dell’occhio socchiuso nel sorriso estatico del volo pericoloso, innalzarsi a vedere la luce?

La scomparsa delle altalene, quelle semplicissime fatte con una tavoletta, una corda e un ramo è l’ennesima testimonianza della costrizione crescente che il nostro modello di civilizzazione esercita sui bambini, ovviamente in nome della sicurezza. Ci vuole audacia oggi a costruire altalene, ci vuole coraggio nel dare opportunità di slancio, di ebrezza, di libertà, di spiritualità.

Nella mitologia greca si racconta di un pastore di nome Icario che ricevuto da Dioniso il vino ne fece dono ai suoi colleghi pastori, ma costoro credendosi avvelenati, lo uccisero.  Preoccupatissimi, gli ateniesi si precipitano a interpellare l’oracolo di Apollo, che suggerì un rimedio: basta costruire delle altalene che si prendono gioco della morte. Così le ragazze di Atene si divertirono e la città fu salva!

Per salvare la democrazia, per salvare la costituzione costruiamo altalene: inventiamo momenti di gratuità, di spiritualità, di bellezza, di cittadinanza. Occorre che vinciamo la riduzione psico-pedagogica-educativa del lavoro sociale: certo diamo casa con tutto quello che significa, ma dobbiamo che costruire altalene.

Nella settimana di Ponte di Legno abbiamo consegnato alle mamme che erano presenti un quaderno bianco e ho detto loro: scrivete qui i vostri pensieri, i vostri sogni, le vostre preghiere. È un modo per riconoscervi che avete dignità, avete una ricchezza dentro e non siete solo un problema. Sia che siate cristiane, musulmane, indù, cattoliche o protestanti… avete la dignità che rimane soffocata dentro e che ha bisogno di emergere.

E poi abbiamo fatto un’altra cosa: a ognuna di loro abbiamo dato la possibilità di scegliere un libro da leggere, una cosa leggera se volete, un romanzo. Ma è importante. I libri mettono le ali alla mente, sono come altalene.

Facciamo una fatica boia a tirare avanti, la crisi non lascia margini per sognare. E se poi alzi il naso e guardi fuori di qui: missili e bombe, tagliagole, guerre… e viene da chiederci se davvero con la solidarietà si cambia il mondo, se la gratuità ha ancora un senso oggi. Certo paghiamo il duro prezzo di vent’anni di cultura individualista e miope, ma possiamo cambiare.

«Siamo tutti sulla stessa barca»

Incontro di preghiera cristiano-islamico per la commemorazione dei morti di Lampedusa

Le difficoltà registrate dalla teologia, gli ostacoli che le istituzioni preposte al dialogo incontrano giorno dopo giorno, le prudenze delle diplomazie religiose… questa sera vengono drammaticamente frantumate dal dolore che ci ha portati qui e che genera in ciascuno di noi la consapevolezza che «siamo tutti sulla stessa barca».

I morti che commemoriamo questa sera, donne, uomini e bambini, cristiani appartenenti a varie chiese, cattolici, copti, musulmani, animisti… sono sorelle e fratelli in umanità e questo ci unisce, per questo siamo qui, in questa chiesa che volentieri spalanca le sue porte e, vorrei sperare, anche il suo cuore e la sua mente.

Non importa di chi siano le mura dell’edificio, quello che importa è che tutti apparteniamo al Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, ma anche di Sarah, di Rebecca, di Ester… di Maria e di Gesù di Nazaret, apparteniamo al Dio dei viventi. Ed è a lui che si innalza il nostro grido, la nostra preghiera.

Nella cultura giapponese c’è un’usanza suggestiva, perché quando i giapponesi riparano un vaso rotto, valorizzano le crepe riempiendo le spaccature con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più prezioso (questa tecnica è chiamata “Kintsugi”). Oro al posto della colla.

Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente. Ed è un’operazione che ci sorprende perché è difficile fare pace con le fratture, con le lacerazioni, il dolore e la morte. Eppure voglio pensare alla potenza della preghiera come all’oro capace di ricongiungere i frammenti di quelle vite e di quelle famiglie, di rendere preziose le relazioni interrotte drammaticamente al largo di Lampedusa: la preghiera è come l’oro che tiene insieme i frammenti della nostra povera umanità, la preghiera è preziosa come l’oro perché è capace di ricongiungere gli affetti così brutalmente strappati alle loro famiglie, ai loro cari.

Ma questa preghiera che, appunto, è preziosa come oro e vuole portare consolazione, porta in sé la domanda che da sempre, fin dall’inizio, accompagna il cammino dell’umanità. È la domanda che Dio pone a Caino: Dov’è tuo fratello? È la domanda che Dio fa salire verso di noi dal grido soffocato dei sommersi, come il maestro Morricone, con grande drammaticità, ha reso in musica, un grido segno della nostra incapacità di difendere e tutelare il cammino dei più deboli, soprattutto dei migranti e dei rifugiati.

Dall’inizio dell’anno sono già oltre settecento i morti accertati nel canale di Sicilia: eritrei, somali, egiziani, palestinesi, nigeriani, sudanesi… persone di cui non conosciamo il nome e che sono diventati numeri. Altre morti sono avvenute durante il viaggio nel deserto, nella carceri libiche, nelle violenze di gruppo.

Se la nostra preghiera non è capace di rispondere a quell’interrogativo, non diventa capace cioè anche di impegno civile e politico di solidarietà, rimarrà una sterile emozione. Voglio sperare che se siamo qui è perché insieme non ci rassegniamo a una fede intimista e fuori dalla storia. Noi per primi dobbiamo riconoscere che è Gesù a indicarci il modo per dare una risposta alla domanda di Dio a Caino, quando dice: Avevo fame, avevo sete, ero forestiero… e io ero lì.

Quando Arnoldo mi comunicò la suggestiva idea di far sì che in ogni comunità ci potesse essere una croce realizzata con i frammenti delle barche con cui i profughi cercano un futuro migliore e dignitoso, ho condiviso con lui l’importanza che questi frammenti di barche continuino la loro presenza nelle nostre comunità dopo che sono state trasformate in croci o in mezze lune, perché siano il ricordo di quelle giovani vite spezzate, ma anche perché diventino un monito per noi, come una spina nel fianco.

Franco Tuccio, l’artigiano di Lampedusa, ha trasformato i frammenti duri e angoscianti di quei legni segni della nostra incapacità e della nostra indifferenza nei segni dell’amore e della tenerezza che abbiamo posto ai piedi di Maria. Ciascuno di noi deve farsi artigiano di questa trasformazione, ciascuno di noi, e tutti noi insieme, possiamo prendere i quotidiani frammenti di indifferenza per trasformarli in atteggiamenti e comportamenti di dialogo. Ciascuno di noi può prendere i frammenti della quotidiana discriminazione e trasformarli in leggi giuste e rispettose dei diritti umani e soprattutto dei migranti e dei profughi.

Non lasciamo evaporare la profonda commozione che un mese fa ci ha sconvolti: «siamo tutti sulla stessa barca». E sarebbe ben triste (diciamo così), usare la fede per dividerci, soprattutto nel momento in cui il dolore, per il fatto stesso di essere umani, dovrebbe aiutarci a sentirci solidali e a confessare il Dio unico.

Non lasciamo che la durezza di cuore e l’indifferenza, le cui acque continuano a sommergere vite umane più ancora di quanto possa il mare, ci rendano nemici, ma insieme ci sia dato fare un passo avanti verso la civiltà dell’amore.

 

L’ultima eucaristia con Martini

Accompagnando con la preghiera la pasqua del cardinal Martini nel mio cuore si sono accese due immagini che condivido con umiltà. La prima immagine viene da un dolcissimo testo ebraico antico che così racconta la morte di Mosè sul monte Nebo: Si udì una voce dal cielo che disse a Mosè: «Mosè, è la fine, il tempo della tua morte è venuto!». Mosè disse a Dio: «Ti supplico, non mi abbandonare nelle mani dell’angelo della morte!». Ma Dio scese dall’alto dei cieli per prendere l’anima di Mosè e gli disse: «Mosè, chiudi gli occhi, posa le mani sul petto e accosta i piedi!». Mosè fece come Dio gli aveva ordinato. Allora Dio baciò Mosè e prese la sua anima con un bacio della sua bocca. Poi Dio pianse per la morte di Mosè.

Mentre piango il nostro cardinal Martini rileggo la sua morte in filigrana a questa pagina così tenera e serena. Quel Signore che egli ha tanto amato e testimoniato è sceso e si è accostato al suo capezzale e con un bacio gli ha preso la vita e l’anima per condurlo a sé.

La seconda immagine è più personale ed è il ricordo della mia ultima eucaristia con lui, che è stata anche l’ultima volta che ci siamo incontrati.

Avevamo concordato l’incontro e attendevo di salire nel suo appartamento: da qualche mese non sentivo né vedevo il Cardinale e avevo proprio desiderio di incontrarlo … sono nella cappellina al 2° piano dell’istituto di Gallarate da una mezz’ora.

Alle 11.00 viene don Damiano e mi invita a salire nell’appartamento: il cardinale è affaticato, la notte non è stata tranquilla e la fisioterapia ha fatto il resto.

Trovo Martini pressoché sdraiato sulla poltrona quasi del tutto disteso e avvolto in due coperte morbide. Mi saluta con il suo ormai consueto filo di voce, ma gli occhi brillano di una luce intensa, mi commuovo e vorrei abbracciarlo come si abbraccerebbe un padre, ma è più di un padre e il rispetto per l’autorevolezza mi fa chinare per un bacio su entrambe le mani, sottili, quasi fredde.

Don Damiano scende a prendere quello che serve perché celebriamo l’eucaristia nel salottino, intorno al tavolo.

Sono attimi preziosi, sono solo con lui e mi domanda cosa faccio, dove sono adesso perché mi ha perso in giro per l’Europa. Gli racconto di me e del fatto che devo constatare che ormai non abbiamo grandi chances: le differenze sugli stili di vita tra nord Europa e sud, l’invecchiamento dei religiosi, la mancanza di vocazioni … non mi fa finire e con voce sottile: la vita religiosa così come è nata dal 1200 è finita, è finita.

Cosa possiamo fare? Chiedo io, possiamo tentare delle esperienze, magari con i laici?

Deve finire prima tutto questo, mi risponde. Ma tu come stai? Domanda decisiva. Sei in pace dentro di te?

Con l’aiuto del fisioterapista si accomoda sulla sedia intorno all’altare: vuole però indossare prima la croce pettorale e poi la stola. La messa è presieduta da don Damiano, anch’io indosso la stola e sono di fronte al Cardinale: lo scruto con uno sguardo che vorrebbe carpirgli un poco della sua sapienza, della sua saggezza, del suo spirito.

Il mondo è lì, nella solitudine di Gallarate, intorno a un tavolo dove il mistero di Dio si rinnova in un uomo straordinario.

Mi ricordo della Messa sul mondo di Tehillard de Chardin. La materia qui è la fragilità di un uomo che mi sta dinanzi e che per me è stato e rimane il mio vescovo. Sussurra le risposte, mi benedice prima che io legga il vangelo del giorno.

Con grande delicatezza don Damiano al momento della consacrazione consegna l’ostia nelle mani di Martini, ed è lui a pronunciare con chiarezza: Questo è il mio corpo dato per voi.

È il suo corpo che viene incorporato nella materia dell’eucaristia, la sua statura, il suo essere pastore anche nell’incertezza dei passi dalla poltrona alla sedia; nella voce prestata al Cristo.

Questo è il mio sangue … per voi e per tutti. Quanto grande è il tuo cuore padre e pastore!

Questa è la materia dell’eucaristia, in quel calice ci sono tutte le innumerevoli persone che si sono affidate a lui, che ha conosciuto, la situazione della Chiesa. Il calice è molto profondo. Abisso di dolore e di speranza.

Grazie padre Martini, non basterà il resto della mia vita per fare eucaristia del tuo dono. Del tuo esserci anche così, portando nel tuo corpo l’immensa debolezza del mondo e dell’uomo. Mi sento accolto da te nella mia povertà e mi ritrovo abbracciandoti, l’abbraccio del mondo.

E poi quell’ultimo e umile servizio a «purificare il calice», così si dice, ma non c’è nulla da purificare.

Il sangue di Cristo rende santo anche l’oro finto di un calice di metallo. Eppure non disdegni di compiere quell’umile servizio, tu cardinale di santa romana chiesa. Eravamo in tre e dei tre eri il meno indicato. Ultimo gesto di una messa sul mondo che dice l’umiltà che nasce dall’eucaristia. Ultimo insegnamento per chi non lo volesse ancora capire che o torniamo lì o non andiamo da nessuna parte; o si riparte così o non c’è futuro per noi umani, affrettati al potere e al prestigio.

La messa sul mondo. Mi congedo e chiedo se posso tornare: Quando vuoi e quando puoi. Tornerei anche domani, tornerò alle sorgenti ad attingere speranza nelle braccia vacillanti di un vegliardo dal cuore grande come il duomo che lo ha accolto per tanti anni. Grazie padre.

… Oggi so che ci vedremo, almeno spero per me, a un’Altra mensa.

 

Auguri

Natale torna come una feste semplice e umile.

In quella notte di cose ce n’erano davvero poche,

quello che basta per un viaggio,

l’indispensabile per la vita.

Niente di più.

Ecco i doni che chiedo per me e per voi:

umiltà e semplicità.

Più semplici con le cose e più umili con gli altri.

Siamo tutti mendicanti di Dio.

 

Vent’anni di solidarietà

Gli anniversari possono costituire l’occasione in cui il nostro pensiero e i nostri interessi si sollevano dall’ordinaria gestione delle cose e delle urgenze, per abbracciare con uno sguardo più ampio il percorso compiuto e per intravvedere le direttrici per il futuro, per questo trovo suggestivo che mentre ci apprestiamo a celebrare i 150 anni dell’unità nazionale festeggiamo anche i 20 anni di solidarietà di Arché.

Sono due i binari che hanno segnato la nostra piccola storia: la persona e la comunità. Il nostro è da sempre un impegno di solidarietà al servizio della persona e soprattutto della persona più fragile perché nelle nostre città e nel nostro Paese nessuno possa sentirsi in qualche modo escluso dal partecipare al bene comune.

In questi anni sia nella formazione che nei nostri incontri abbiamo ripetuto in continuazione che il volontario è un cittadino solidale. E ogni volta che riscontro come questa convinzione sia diventata patrimonio dei volontari e degli operatori di Arché, mi viene da pensare che anche solo per questo l’esperienza avviata vent’anni fa ne sia valsa la pena. Ma è anche vero che alla luce della situazione attuale del nostro Paese emerge una nuova domanda: come questa esperienza che ci portiamo dentro e che condividiamo nella quotidianità può diventare coscienza diffusa, cultura che partecipiamo nei nostri ambienti di vita, di lavoro, di studio, di relazioni? Come può contribuire a cambiare il modo di essere delle istituzioni sia politiche che economiche? Come può informare dei suoi valori alcune leggi ingiuste che guidano la nostra democrazia?

Anzitutto mi sembra che ci sia una cosa molto semplice da fare e che potrebbe apparire scontata ma purtroppo non lo è, ed è quella che un anziano resistente francese, Stéphane Hessel, ha espresso in poche pagine che hanno ottenuto in Francia un successo editoriale sorprendente: «Ci appelliamo alle nuove generazioni perché mantengano in vita e tramandino l’eredità e gli ideali della Resistenza. Diciamo loro: ora tocca a voi, indignatevi! I responsabili politici, economici, intellettuali e la società non devono abdicare, né lasciarsi intimidire dalla dittatura dei mercati finanziari che minaccia la pace e la democrazia». Oggi ad indignarsi sono i giovani delle piazze del Cairo, della Tunisia, della Libia … e loro forse possono darci la forza di reagire alla sonnolenza delle nostre coscienze. «Il mio augurio a tutti voi, a ciascuno di voi, è che abbiate un motivo per indignarvi. È fondamentale.

Quando qualcosa ci indigna come a me ha indignato il nazismo, allora diventiamo militanti, forti e impegnati» (Hessel). È vero possiamo impegnarci solo se ci siamo indignati per qualcosa. Ecco un compito che mi sembra potrà segnare il cammino di Arché nel tratto di strada che sta dinanzi a noi, consapevoli che si tratterà di una strada per così dire in salita e a volte anche in contromano. Infatti mi domando spesso perché nonostante le migliaia di associazioni di volontariato e i milioni di volontari sparsi sul territorio della penisola, sembra che il loro impegno e la loro dedizione siano irrilevanti di fronte al dilagare di una mentalità che si nutre di corruzione, volgarità, sfruttamento e ingiustizia? Qualcuno deve pur avere il coraggio di essere voce critica e di indignarsi per il grave danno che viene inferto alla dignità della persona sia esso immigrato, donna o bambino. Qualcuno – e chi se non dei cittadini solidali? – deve dire che chi distrugge la dignità umana di una sola persona, a cominciare da se stesso, è come se distruggesse quella del mondo intero e che arreca una lacerazione inscritta in maniera irreversibile nell’ordine delle cose. Perché, volenti o nolenti, siamo responsabili gli uni degli altri.

Dobbiamo, come diceva don Milani, avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto (Lettera ai giudici, Barbiana 18 ottobre 1965).

Quando un popolo è sordo

Chi è costretto dalla sordità impara ben presto a diffidare di ciò che gli sta intorno e piuttosto si affina nell’ascoltare l’anelito che sale nella sua anima e nel decifrare l’alfabeto intimo che il rumore e lo stordimento semplicemente soffocano invece in chi gli sta intorno.

Finisce che uno si droga di stordimento senza accorgersi proprio perché non vuole più sentire il pianto della propria anima: il risentimento, la disonestà, l’egoismo sono così forti dentro di noi che cerchiamo di affondarli nei suoni e nei rumori fuori di noi.

Conosciamo le ostriche e come sono resistenti e impenetrabili alle onde dell’oceano, così che sono inattaccabili a ogni animale predatore per difendere la loro parte interna, debole e carnosa.
Si racconta che un giorno, un pesce che girava vicino all’ostrica muovendo la sabbia del fondo fece sì che un minuscolo granellino di sabbia si infilasse dentro le valve.

Presto l’ostrica cominciò a sentire un gran fastidio, seguito da dolori lancinanti.

Come reazione cominciò a piangere. Beh… non ho mai sentito che le ostriche piangano – ma questa è una storia – insomma, cominciò a secernere un liquido, come lacrime, che giorno dopo giorno si incrostò attorno a quel minuscolo granellino di sabbia, indurendosi. E lacrima dopo lacrima produsse una perla.

Uccidere il silenzio vuol dire soffocare le nostre anime e non aver più perle da offrire in umanità.

Cosa succede a un popolo che non ascolta più la propria anima? Diventa indifferente; il bene si confonde con il male; l’amore si riduce unicamente a piacere; ogni sacrificio diventa inutile. A quel punto e in quell’istante è già sotto dittatura.

Platone diceva che «il momento in cui per eccesso di libertà e di licenza, l’unico interesse è quello per la ricchezza, si rischia di cadere in una forma di tirannide».

Torniamo ad essere liberi di ascoltare le frequenze della nostra anima, ne va della nostra democrazia, perla di umanità.

Nella pasqua di papà Angelo, 28 luglio 2010

Ospedale di Iseo circa 20 giorni fa: “Nel suo letto n.31 il papà dorme. Non è il sonno naturale, è il sonno indotto dal valium e dall’infusione degli antidolorifici. Mentre lo scruto per intuire eventuali segnali di bisogno, avverto come d’istinto la necessità di mettere per iscritto qualche pensiero, perché se è vero che anche l’ultima volta, quand’era in questo stesso ospedale e nella medesima stanza, ci abbiamo messo una pezza, questa volta mi sembra di assistere al crollo del guerriero.  Come da par suo da mesi ha pensato all’organizzazione della festa dei suoi 80 anni, e subito dopo, come se avesse deciso che il tempo era compiuto, la sua condizione fisica è degenerata e oggi il medico ha emesso la sentenza: è questione di tempo, qualche settimana. Tra le prime cose che mi ha detto al mio arrivo, [dopo un viaggio rocambolesco dalla Francia passando per Prato] ne ho udito una che non mi sarei mai aspettato da lui: «Se lo sapevo prima che finiva così, non avrei lavorato così tanto». Non so se era il risultato delle sue riflessioni di questi ultimi tempi o della sua mente ormai in balìa della chimica, ma è certo che mi ha sorpreso. Molto. Uno come lui che ha fatto del lavoro e della famiglia le colonne portanti della sua vita e che l’ha trasmesso in maniera straordinaria anche a noi, potrebbe adesso, sulla soglia, avere la capacità di rimettere tutto in discussione?”.

Caro papà, oggi pensando di dare voce a tutti noi tuoi figli e alla mamma che ti accoglie in cielo, credo di poterti dire: «Hai fatto bene papà perché oggi se noi siamo qui è anche perché dei tuoi 80 anni almeno la metà li hai passati lavorando duramente, facendo per lungo tempo anche due lavori contemporaneamente, cosi che potremmo raddoppiarli quegli anni!

Hai fatto bene e non c’è bisogno che te lo diciamo noi, siamo orgogliosi di te e tu non puoi avere rimpianti.

Ecco il patrimonio che ci lasci, il vero patris munus, il vero dono del padre: il senso di responsabilità e la necessità di fare bene e fino in fondo la propria parte nella storia del mondo.

Sei stato molto severo, anzitutto con te stesso e poi anche con noi, ma nei tuoi occhi brillava la luce quando parlavi di noi, quando hai visto i tuoi figli e le tue figlie intraprendere la loro strada e realizzare i loro sogni.

Erano anni molto diversi quelli in cui sei cresciuto tu, dagli anni in cui hai visto poi crescere i tuoi nipoti amati, amatissimi. Con loro sei sempre stato pronto a cedere e a dare quelle piccole gioie – che chiamare vizi sarebbe eccessivo -, ma che con noi nemmeno ti sognavi di fare. Hai fatto bene.

Anche le trasferte cui ti abbiamo sottoposto noi figli nelle varie nostre vicende, non ti piacevano più di tanto. Eppure c’eri sempre, sempre.

Ora che il tumore al polmone e i bronchi regalati al cemento ti hanno chiesto il conto, mentre ti guardo rispettosamente, mi accorgo che i tuoi lineamenti sono quelli del mitico nonno Giovanni, sono quelli che la gente vede impressi oggi sui volti delle tue sorelle e dei tuoi fratelli, sui nostri stessi volti: la volontà, la tempra, l’infaticabilità per la dedizione di ogni fibra di tutto se stesso.

A noi consegni una vita donata, affidata, impegnata fino allo sfinimento.

Quante volte in questi venti giorni ti abbiamo sentito sussurrare: «Ndom a ca’» quello che una volta sarebbe stato un ordine indiscutibile, risuonava invece come un istintivo bisogno di tornare all’aria libera, bisogno che non potevamo sempre soddisfare.

«Andiamo a casa»: ora sei a casa, ora che lasci il tuo paese, la tua gente, i tuoi cari, torni finalmente a casa, quella casa dalla quale tutti veniamo e alla quale desideriamo tornare  perché come diceva Paolo nella lettera ai Romani: sia che viviamo, sia che moriamo siamo del Signore. La nostra appartenenza è all’Eterno, siamo del Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in lui. La nostra casa comune è la casa di Dio.

Siamo fatti per stare insieme, e infatti passiamo gran parte della nostra vita a costruire legami, affetti e relazioni, ma questo non è che un anticipo del desiderio ancor più vero di stare in Dio, per vivere nella dimensione dell’eternità. Così che quando nelle nostre vite irrompe la morte a lacerare quanto abbiamo costruito a fatica, ci rendiamo conto che solo nella promessa di Gesù nulla va perduto di quanto il Padre gli ha dato e solo in lui possiamo ritrovare i nostri legami, i nostri affetti, i nostri cari.

È questa la nostra speranza ed è per questo che siamo qui: con il nostro impegno non siamo riusciti a vincere la malattia, ma abbiamo accompagnato con l’affetto e la cura il nostro papà.

Ora in Cristo continuiamo a riannodare i fili antichi e nuovi della nostra storia, delle nostre biografie, perché come diceva Gesù nel vangelo di Giovanni: questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.

Sulla parola di Gesù appoggiamo la nostra fede che nulla va perduto della nostra vita: nessun frammento di bontà e di bellezza, nessuna fatica e nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna relazione.

Nulla va perduto.

E allora voglio credere e insieme tutti crediamo che una vita spesa così, una vita donata senza risparmiarsi non può che trovare in Dio il suo degno passaggio, il suo traghettamento all’altra riva.

In queste sere di veglia nel buio ormai inoltrato della notte, mentre contemplavo la luna fare capolino rifrangendo di mille riflessi le onde del lago, non ho potuto non pensare al discorso alla luna del nostro grande papa Giovanni.

Un discorso che in casa nostra non dico tutti i giorni, ma spesso, ascoltavamo da bambini da uno scassato mangiadischi così come si usava allora in tante case, nelle quali inoltre non mancava mai una fotografia di papa Giovanni XXIII.

Non credo solo perché fosse bergamasco, ma soprattutto perché presentava il volto di una Chiesa ricca di tenerezza, umana, una Chiesa più vicina alle passioni e ai dolori dell’uomo, dell’operaio come dell’intellettuale, del professore come della casalinga.

Una Chiesa, come diceva il salmo, capace di riflettere su ogni uomo la dolcezza del nostro Dio. Una Chiesa più umile e capace di relazione con tutti, una Chiesa che con grande semplicità sapeva aprire squarci di eternità nella vita di persone piegate sul lavoro.

In questa sensibilità di Chiesa ci hai cresciuti insieme alla mamma, ed è con questa Chiesa che prega per te oggi che ti affidiamo all’Eterno, caro papà.

L’Eterno che ti ha conosciuto lavoratore della prima ora, ti conceda ora quel riposo e quella pace che potrai goderti insieme con la tua e nostra Angela.

Un’ultima cosa vorrei chiederti, anzi chiedervi a tutti e due: aiutateci ora dal grembo di Dio a stare insieme e uniti, mentre ora tu vai in pace papà, vai in pace.

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