Se la mèta è chiara, il cammino si aprirà da sé

Quest’ultima parola del padre rivolta al figlio maggiore: Tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (v.32), è la stessa parola che il padre rivolge ai servi quando chiede loro di preparare il banchetto per il figlio minore che è tornato: Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (v.24).

È come un ritornello che scandisce le due scene del racconto di Gesù.

Fa’ da conclusione alla prima parte che racconta del figlio minore e di tutta la sua vicenda di perdizione e di lontananza per poi ripetersi a chiudere la scena dove si parla del figlio maggiore e delle sue resistenze ad assecondare un padre così generoso e disposto a perdonare in maniera del tutto gratuita quel figlio disgraziato!

La differenza, perché c’è una differenza, tra le due frasi pronunciate dal padre sta nel fatto che nella prima si rivolge ai servi e parla del figlio, nella seconda si rivolge all’altro figlio parlandogli del fratello.

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Spezzare il cerchio della violenza mimetica

Proviamo a renderci presenti alla scena narrata dal Vangelo di Giovanni, proprio come se fossimo fisicamente lì sulla spianata del tempio di Gerusalemme.

Gesù come suo solito è seduto a parlare alla gente e vediamo arrivare un gruppo di esaltati che strattonano una ragazza che dicono di aver sorpreso in adulterio e la mettono in mezzo, proprio come se venisse messa qui in mezzo alla chiesa… ma a loro non interessa tanto la ragazza, potevano lapidarla senza fare tante storie e invece vogliono provocare  Gesù: se dirà di perdonarla si pone in contrasto con la Legge di Mosè, se approverà la sua lapidazione contraddice tutto quello che ha detto finora.

Immaginiamo cosa girava nella testa di quegli esaltati: oggi lo incastriamo per bene, da qui non scappa, o una cosa o l’altra, non ci sono alternative.

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Il relativismo del Vangelo

Perché guarire un uomo di sabato è considerato dai nemici di Gesù così pericoloso? Cosa c’è di così grave nell’affermare che è lecito in giorno di sabato fare del bene (v.12)? Anche perché queste stesse parole le troviamo sulla bocca di altri rabbini, come rabbi Jonathan contemporaneo di Gesù che diceva: «Il sabato è nelle vostre mani, come è scritto: il sabato è per voi» (Talmud, Joma 85b); «Il sabato è stato dato a voi, non voi al sabato» (Mekiltà).

Questione di buon senso, potremmo dire, come ci raccontava la prima lettura: Davide fugge dall’invidia omicida di Saul con un gruppo di quattro amici e non mangiano da due giorni, quando arrivano davanti ai cinque pani destinati al culto convince il sacerdote che è questione di vita o di morte: e il sacerdote saggio offre i pani del culto per sfamare i fuggitivi.

È buon senso, ma non solo. Anche il buon senso però è per lo meno ambiguo se non pericoloso perché se diciamo che davanti alle norme e alle leggi uno può usare il buon senso… dobbiamo presupporre che abbia una buona coscienza, altrimenti ognuno fa’ come gli pare, scivoliamo nel relativismo, nell’individualismo… cioè in tutti quegli atteggiamenti che segnano il nostro tempo e lo caratterizzano.

Gesù dunque sarebbe un maestro di individualismo e di relativismo? Martini, di cui domenica prossima ricorderemo il 90° anniversario della nascita, diceva che c’è anche un relativismo cristiano e con queste parole intendeva dire che occorre imparare a «leggere tutte le cose che ci circondano “in relazione” al momento in cui tutta la storia sarà palesemente giudicata». Fino al momento in cui sarà Dio a farlo, alla fine dei tempi. Non è vero che tutte le verità sono uguali, che una vale l’altra. Ma «sarà allora, quando verrà il Signore, che finalmente tutti sapremo. Allora si compirà il giudizio sulla storia, e sapremo chi aveva ragione. Allora le opere degli uomini appariranno nel loro vero valore, e tutte le cose si chiariranno, si illumineranno, si pacificheranno»  (omelia per i XXV anni di episcopato).

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Camminare fidandosi della Parola

Potremmo accontentarci di leggere questa pagina di vangelo e di riceverla come un racconto del passato, certo un racconto particolare perché si tratta del fatto che Gesù compie un miracolo, un segno straordinario dice Giovanni: guarisce il figlio morente di un funzionario del re. Ma si tratta appunto di una cosa che è accaduta allora e oggi non accade più: per quanto abbiamo pregato e chiesto al Signore una guarigione per noi, per i nostri cari, un intervento straordinario, non so quanti possano dire di essere stati esauditi.

Questa pagina ci pone più interrogativi che consolazione! Perché Gesù non continui a compiere segni come questo, sai quanta gente sarebbe più disposta a credere? Perché non continui a salvare il dolore del mondo? Tu che proprio in questa pagina ascolti un dei dolori più grandi come quello di un genitore che vede morire un figlio. Siamo dinnanzi a un dolore talmente grande che non abbiamo nemmeno un nome per dirlo. Se un coniuge perde il partner si dice che rimane vedova/vedovo; se un figlio perde i genitori diciamo che è orfano… ma per un genitore che perde un figlio non abbiamo nemmeno un nome per dire quel dolore tanto esso è grande.

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Il vecchio e il bambino

Potremmo chiederci cosa abbia da dire o da insegnare la pagina del vangelo di oggi per le nostre famiglie. La diocesi celebra la giornata della santa famiglia di Nazaret e noi ci domandiamo in che modo l’obbedienza a una tradizione ebraica possa dire qualcosa a noi oggi, perché anzitutto noi vorremmo ringraziare e pregare per le nostre famiglie, per le famiglie che conosciamo e per quelle che non conosciamo per il grande dono e la grande responsabilità che sono, e poi vorremmo anche intercedere e pregare oggi per quelle famiglie e coppie in difficoltà affinché non siano superficiali, frettolose, ma abbiano la pazienza di lasciarsi lavorare e forgiare anche dalle esperienze dolorose.

Rimane dunque aperta la questione cosa abbia da dirci il fatto che Maria e Giuseppe – seppure non siano nominati – portino il bambino Gesù al tempio di Gerusalemme per adempiere al precetto della Torah, non solo, perché poi non sembra tanto questo il centro del messaggio, in quanto lo spazio dedicato all’incontro con Simeone è abbastanza disteso. Siamo messi davanti a un quadro che potremmo titolare facilmente: il vecchio e il bambino.

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Il miracolo è la condivisione!

Possiamo guardare alla moltiplicazione dei pani e dei pesci operata da Gesù con gli occhi sbalorditi dal miracolo, perché dar da mangiare a circa cinquemila uomini non è cosa da poco, proprio come a Cana di Galilea l’acqua trasformata in vino era una quantità spropositata (sei giare contenenti 120 litri ciascuna), quanto bastava per lasciare tutti strabiliati.

Ma dipende da come si guardano le cose: se ti lasci abbagliare dal miracolo sembra che le cose si possano cambiare magicamente sperando sempre in un intervento dall’alto!

Ma avevamo già visto come a Cana di Galilea Gesù ci insegna che il miracolo non consiste nel fatto che al mondo non ci sia il male, il dolore, la fatica, le lacrime… ma nel trasformarlo. Così, analogamente nel segno di oggi, Gesù ci dimostra che la condivisione è possibile. Domenica scorsa la parola chiave era trasformazione, oggi è condivisione, tant’è che mangiano cinquemila persone. Ma come condividi? non puoi pensare che ci sia pane per tutti senza che tu doni del tuo, anche il poco che hai.

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Aiutare Dio

Il villaggio di Cana citato dal vangelo e la località di Meriba, citata dalla prima lettura, sono due località molto diverse tra loro. La prima un villaggio verdeggiante a circa 14 km a nord di Nazaret, in Galilea. Meriba invece si trova nel sud del deserto del Sinai, in una zona deserta e arida, il nome significa contestazione.

Non solo le due località geografiche sono diverse, ma anche i due contesti sociali sono diversi: a Cana si svolge una festa di nozze, alla quale viene a mancare però un elemento a dir poco fondamentale, qual è il vino. Nel libro dei Numeri invece ci imbattiamo in una tappa difficile del cammino di Israele, è uno di quei momenti, come abbiamo detto nel salmo 94, in cui il popolo indurì il cuore davanti a Dio, al punto che dubitarono: Il Signore è in mezzo a noi sì o no? (Es 17,7).

E poi due figure, due personaggi diversi: Mosè e Aronne nella prima lettura; Gesù e Maria sua madre in Giovanni. E potremmo continuare…

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Amico dei peccatori

Sono trascorsi quasi due giorni dall’epifania del Cristo ai sapienti Magi, che oggi la liturgia ci fa compiere un salto cronologico che sembra non ascoltare il lungo silenzio sull’infanzia di Gesù. Secondo il vangelo di Matteo trascorrono trent’anni e più da Betlemme fino al battesimo al Giordano, senza che abbia raccontarci qualcosa di lui.

La nostra curiosità vorrebbe sapere come Gesù ha vissuto la sua giovinezza, chi gli ha insegnato a leggere e a scrivere, come è diventato un uomo maturo… I vangeli non ci danno risposte. Possiamo solo dire che, negli anni immediatamente precedenti al battesimo, Gesù è stato discepolo del Battista nel deserto di Giuda, come Giovanni stesso ci testimonia nella sua predicazione messianica: «Chi viene dietro a me è più forte di me» (Mt 3,11), quindi Gesù è da annoverare tra i discepoli del Battista.

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Nell’era dei duri, possiamo ancora seguire la stella?

Chissà se quei sapienti che hanno incrociato il Bambino di Betlemme nei suoi primi giorni di vita, hanno poi saputo – come ci ricordava l’annuncio della Pasqua – anche dei suoi ultimi giorni, appunto della sua Pasqua!

La mia è evidentemente una domanda retorica, ma vorrebbe aiutarci a superare il livello ormai ridotto al confine tra le favole e i racconti di fantasia che il vangelo ha assunto e così riconoscere in coloro che erano detti magi dai Persiani, quei cercatori di sempre che per gli Ebrei erano gli scribi, e che cercavano nella Scrittura l’alfabeto di Dio; per i Greci erano i filosofi e che indagavano il senso, il Logos delle cose; o ancora per i Latini erano i savi, i sapienti, i cercatori di una sapienza del vivere pragmatica, concreta, fatta di indicazioni e consigli per saper stare al mondo.

Nei magi vediamo i cercatori di sempre, e appunto sono costoro che, insieme ai pastori, alla gente semplice, che non cerca altro che tirare la fine del mese perché questo è quello che può fare, ecco insieme a loro c’è una gran parte dell’umanità, che coltiva una ricerca religiosa, spirituale, filosofica, esistenziale di senso, di significato e che oggi è invitata a compiere un gesto, anzi due: il primo è guardare in alto e seguire una stella, il secondo è guardare in basso e contemplare un bambino.

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Bandire dal cuore, dalle parole e dai gesti la violenza

Negli atteggiamenti descritti da Luca propri della gente, di Maria e dei pastori, possiamo ritrovare i nostri di fronte al nuovo anno che andiamo iniziando. Della gente, Luca scrive che tutti quelli che udivano si stupirono…. Di Maria dice che custodiva queste cose meditandole nel suo cuore. Infine dei pastori afferma che glorificavano e lodavano Dio.

Della gente, anzitutto si dice che si meravigliava, era stupita. Il verbo greco ricorre una trentina di volte nei vangeli, ma quasi la metà di esse solo in Luca. Dalla nascita fino alla risurrezione la vita e le opere di Gesù suscitano meraviglia. Ci si meraviglia della predicazione di Gesù a Nazaret (4,22), dei singoli miracoli (8, 25; 11, 14) e di tutta l’attività di Gesù (9,43).

Ma ancora questo atteggiamento non si identifica con la fede: «Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» (4,22); dopo la guarigione di un indemoniato:  «E tutti restavano stupiti di fronte alla grandezza di Dio» (9,43). Non è ancora fede, ma lo stupore apre la mente e il cuore a poter accogliere la novità, l’inedito che irrompe nella vita, è un po’ la premessa per accedere alla fede in Gesù.

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