Inutile dire che il capitolo 8° del vangelo di Giovanni è un po’ complicato: siamo indubbiamente di fronte a un testo impegnativo e faticoso.

Il contesto è quello chiaro ed evidente di uno scontro, ma uno scontro tra Gesù e quei Giudei che gli avevano creduto. Non si tratta di una discussione con chi sta dall’altra parte, con chi gli si oppone, ma con gente che crede. La discussione è talmente accesa che sono proprio loro che alla fine esausti mettono mano alle pietre per lapidarlo!

Verrebbe da pensare a tutta quella cricca di persone che oggi contrastano papa Francesco, addirittura lo accusano di eresia, gli imputano di voler distruggere la chiesa. Ricorderete che c’è stato chi gli si è opposto apertamente, firmando un documento in cui gli contestavano le parole redatte nell’Amoris Laetitia che avrebbero potuto “facilitare eresie”… l’opposizione continua e da quel che si legge e sente in giro alcuni lo vorrebbero morto e penserebbero già al successore.

Niente di nuovo, siamo alle solite. Quando la religione diventa idolatria, vale a dire quando diventa fine a se stessa e non via, strada, sentiero per amare Dio e il prossimo, allora si appella alle tradizioni, al “si è sempre fatto così”, proprio come quei credenti che nel vangelo di Giovanni rinfacciano a Gesù la loro appartenenza ad Abramo: noi siamo discendenti di Abramo, siamo figli di Abramo, Abramo nostro padre…  siamo di fronte a un’ossessione identitaria!

È proprio come oggi: assistiamo a un’ossessione del tema identitario sia come tema politico che religioso che impressiona soprattutto per il vuoto di contenuti e per il fatto che è ancorato al passato e così assistiamo a un ripiegamento e a una chiusura delle comunità su se stesse, come se l’identità fosse un tema pervasivo.

C’è qualcosa di preoccupante in tutto questo perché il termine identità così inteso rimanda a qualcosa che in me rimane identico, così che per essere fedeli all’identità uno si sente in dovere di riprodurre sempre in modo identico il mondo del passato, dei propri genitori, dei nonni… e dei bisnonni e questo e solo questo farebbe di noi degli autentici eredi.

Ma l’identità è qualcosa di estremamente dinamico, sempre in movimento qualcosa che sì, si porta in sé come eredità, ma anche sempre in trasformazione.

Nel mondo politico e religioso se ne parla in maniera erronea. Come se il bello fosse tornare indietro quando tutto era buono. Ci raccontano sempre che tutto prima era bello: quando c’era il profeta, quando c’era il tempio di Gerusalemme l’identità era chiara… ma in realtà è una finzione, un inganno.

Perché noi siamo come siamo proprio perché qualcosa è cambiato, perché c’è stato progresso e questa è la nostra grossa fortuna e non siamo più com’eravamo!

Tutti i personaggi biblici parlano di sradicamento, di partenza: Abramo che è il modello delle tre religioni monoteiste deve lasciare la casa del padre, deve lasciarla per andarsene a vivere altrove.

Sarà così con Mosè che pure in Egitto s’era fatto un curriculum di tutto rispetto, ma se vuol realizzare se stesso deve uscire per andare altrove.

Ricordiamoci che il modello che immaginiamo come ultra tradizionale di una generazione o di una religione che non farebbe altro che riprodurre in maniera identica quello che la generazione prima aveva fatto, ebbene  questo modello è un “contro modello” perché la Bibbia ci chiede di partire sempre, di metterci in viaggio ed è questa la nostra condizione per la nostra liberazione: è sempre una partenza.

Siamo eredi di leggi, di un sistema e di tradizioni, ma dobbiamo anche sapere che con questo bagaglio dobbiamo andare avanti, assumerci le nostre responsabilità dinnanzi alle sfide del nostro tempo.

L’ossessione identitaria si serve di Dio, come di un Dio onnipotente e sovrano… quando invece nella Bibbia per dire Dio si dice che è giusto, ma si dice anche che è Misericordioso. In ebraico al-rahman  e in arabo al-rahîm, la radice è da utero, matrice rehem.

È per lo meno intrigante che tutti noi crediamo in un Dio che ha il nome della matrice femminile.

La matrice racconta proprio questo: la possibilità di un cambiamento nel mondo, ha qualcosa in comune con il femminile e con l’incontro con l’altro. La matrice permette che il nuovo venga al mondo solo se viene fecondato, fertilizzato da un elemento esterno.

Perciò è sorprendente che le tradizione religiose più conservatrici anche se pregano un Dio che ha un nome a matrice femminile, abbiano problemi sia col femminile che con le possibilità di cambiamento!

La religione si riduce a una barricata da cui sparare, diventa un bastione da difendere contro un nemico… È una questione antica come il mondo. Quando ascoltiamo la lettura dell’Esodo, non dimentichiamo che abbiamo di fronte gente che era stata liberata dal faraone, ma che al tempo stesso non riesce a fare a meno del faraone, al punto che chiedono ad Aronne: facci un Dio che cammini alla nostra testa!

Allora succede il miracolo, perché l’idolatria fa miracoli: chi mai avrebbe pensato che gente così avara e malvagia sarebbe stata in grado di raccogliere tanti soldi da fare un vitello d’oro! Realizzare un vitello d’oro nel deserto non è cosa da poco! Non solo, ma con la complicità del pastore, del sacerdote Aronne, viene impiantato un bel culto, una bella liturgia al fine di pacificare quelle anime afflitte e sconsolate.

È una pagina che rasenta l’assurdo, ma che pone di fronte a un grande tema antropologico, prima ancora che religioso: siamo così sicuri che gli esseri umani amino la loro libertà più delle loro catene?

È lo stesso dramma che percepiamo in Mosè: ha di fronte a sé gente che ha bisogno di un vitello d’oro, il vitello che rammenta il passato e i culti  che hanno conosciuto in Egitto, ma che è anche d’oro, come a dire l’investimento del loro futuro: per questa cosa sono disposti a dare tutto, a dare ciò che hanno di più prezioso!

Cosa fa Mosè? Anzitutto affronta la situazione a muso duro, poi cerca di ricucire il rapporto della sua gente con l’Eterno e lo fa con parole tenerissime: Mosè si mette a pregare, cerca di placare l’ira di Dio, vorrebbe ricondurlo a più mite atteggiamento… Arriva addirittura al ricatto: O tu perdoni questa gente, oppure non contare più su di me! (32,32).

A lui tocca una condizione difficile: trovarsi contemporaneamente dalla parte di Dio e da quella della sua gente. Lo vediamo rivolgersi all’Eterno, proprio come un innamorato quando ricorda alla sua amata i momenti migliori della loro storia, per dirgli: Ricordati! E di chi si deve ricordare Dio? Di Abramo! perché con Abramo Dio si è compromesso: gli ha fatto una promessa, una promessa impegnativa. La promessa è quella del futuro: avrai una terra, avrai una discendenza, avrai un futuro di libertà.

La religione idolatrica invece vive il presente solo come ripetizione del passato e se guarda avanti vede solo la ripetizione di ciò che è già stato.

Per questo dobbiamo ringraziare il Signore se ci sono i non credenti: possono essere una benedizione di Dio per noi, perché non abbiamo mai a sentirci i padroni del rapporto con lui, mai i padroni della fede, mai i proprietari del Vangelo, mai i titolari della Chiesa, mai schiavi di quell’oscurantismo che nella storia ha avuto conseguenze drammatiche.

Non sono lontani i tempi in cui  la repressione dei sentimenti era considerata ascesi; tempi in cui lo zittire le coscienze era chiamato obbedienza e l’uccidere i profeti considerato difesa dell’ortodossia!

A dire il vero se dovessi fare una riforma liturgica introdurrei nel calendario ambrosiano anche una “domenica di Sarah”. Non semplicemente per introdurre una quota rosa… ma perché abbiamo ancora tanta strada da fare per acquisire una dimensione pienamente umana della nostra fede che non può prescindere dal femminile di Dio, e poi perché dobbiamo continuare con una liturgia così ingessata e fissata, direi sclerotizzata nel passato incapace di rappresentare la cultura di oggi?

Anche in questo abbiamo bisogno di essere continuamente liberati. Infatti la Scrittura preferisce parlare di liberazione più che di libertà… perché è una condizione che non abbiamo mai come possesso, è un processo continuo. Dice Gesù: La verità vi farà liberi. E sarete liberi davvero, (et veritas liberabit vos. Vere liberieritis). Il futuro indica un processo che continua.

Queste parole sono per me un faro che illumina la mia vita, la mia missione. Essere discepoli oggi come ieri significa stare nella verità che è Gesù, non in un’idea astratta di Dio e di Chiesa, ma nel Dio annunciato da Gesù, nella comunità di Gesù dove lui continua la missione svolta da Dio nell’esodo come liberatore.

Ciascuno di noi deve essere liberato dalle sue paure, dalle sue chiusure, ma anche il nostro tempo ha bisogno di essere liberato dai suoi faraoni e la nostra chiesa deve sempre stare in un cammino di liberazione per essere sempre e solo al servizio del Vangelo.

Ma, come dice il Signore, per entrare in un cammino di liberazione, occorre stare nella verità e fare verità: niente di astratto, basta guardare le mani le mani che raccolgono le pietre, che intenzioni hanno?

Se sono mani ossessionate dall’identità scaglieremo le pietre contro gli altri.

Se sono mani libere non potremo che utilizzarle per costruire case, strade, ponti, piazze, luoghi di incontro e di libertà.